Cervelli NON in fuga (e qui son cazzi)

Pubblicato: 21/10/2011 da steffa88 in Generale
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Ma vi sembra normale
che i normalisti siano precari?

La Normale è in Piazza dei Cavalieri a Pisa
Non prendono mai voti sotto il 27, conoscono perfettamente almeno due lingue. Eppure, spesso, chi si laurea alla Scuola normale superiore dell’università Pisa, non riesce a trovare un’occupazione stabile e adeguata alle proprie capacità. E così questi studenti “straordinari” si trovano a gestire problemi “ordinari”PISA – Piazza dei Cavalieri è un cantiere. Stanno rifacendo il lastricato, per sostituire l’anonimo asfalto con qualcosa che assomigli di più all’idea originaria del Vasari. Un turista in taxi sporge dal finestrino la telecamera verso il Palazzo della Carovana. Passa così vicino ai passanti che si sentono le sue parole: “Wow, Normale University!”. La Scuola Normale Superiore, fondata da Napoleone e sopravvissuta (per ora) alla Gelmini, è ancora un posto che ti lascia a bocca aperta. Per i tre Nobel, due presidenti della repubblica e i circa 5000 brillantissimi allievi che ha sfornato dal 1810 a oggi. Un inesauribile giacimento d’intelligenza patria. Per secoli isola felice in un’Italia in crisi. Che negli ultimi anni, però, sembra essere diventata meno impermeabile ai dolori della nazione. Se è vero che sempre più ex-normalisti “umanisti” faticano a sbarcare il lunario, nella bonaccia perenne di precariati under 1000 euro. E anche molti “scienziati”, per i quali il mercato è meno riottoso, devono fuggire all’estero per procedere con il vento in poppa. Vi sembra “normale”?

È la storia dell’ennesimo spreco. Solo che stavolta è più facile rilevarlo. Perché tra le indistinte masse precarie ci saranno anche persone poco attrezzate alla guerra sanguinosa per il posto fisso. Mentre è davvero arduo sostenerlo limitandosi a questa ristrettissima élite intellettuale. Sessanta persone, 30 per la classe di lettere, altrettante per la classe di scienze, divisi tra corso ordinario e perfezionamento, che ogni anno superano la micidiale ammissione. E poi, per non essere espulsi, fanno tutti gli esami (più due, ogni due semestri) in tempo, voto mai sotto al 27, oltre a due lingue da seguire. I normalisti sono, semplicemente, studenti straordinari. E se cominciano ad avere problemi ordinari, vuol dire che la situazione è ancora più grave di quanto già sembri. I numeri parlano di un 65,3 per cento di ex-allievi del corso di laurea con contratti a tempo indeterminato, che diventa 71,3 tra i dottorati (sul totale il 70 per cento resta nell’accademia). Se la fotografia non è affatto catastrofica, il suo grosso limite è di mettere a fuoco solo le annate entrate tra l’80 e il 2001.

Quello che è successo dopo, quando l’università nel suo complesso è passata dal perdere simbolicamente pezzi di intonaco a vedere crollare i soffitti, non si sa (“sono studi cari, affidati a società esterne” confessa il riluttante ufficio stampa). Dalla ricostruzione induttiva che si può tentare sentendo chi è uscito durante l’ultimo decennio viene fuori un quadro fosco. Il neo-direttore Fabio Beltram ammette il problema del contesto: “Se lei mi chiede se lo Stato, dopo aver investito in maniera importante sulla Scuola, ne sfrutta al meglio i benefici le rispondo di no. Noi li formiamo benissimo e poi ce li ritroviamo a competere, dall’estero”. Che è come se i nostri migliori talenti calcistici, allenati con i soldi dei contribuenti, finissero a giocare in altre nazionali. Alla Normale francese, ad esempio, gli allievi devono restare per almeno dieci anni nel pubblico. “D’altronde però” insiste Beltram “se invece di puntare sull’innovazione crediamo di poter competere abbassando i prezzi, come può gente di questo livello restare?”.

La risposta, in videochiamata Skype da Austin, Texas, la articola Alessio Figalli: “Tornare? Per come stanno le cose sarebbe un suicidio. Magari in altre parti d’Europa”. Dopo laurea e inizio di dottorato in Normale ha studiato in Francia e ora, a 27 anni, è ordinario in America. Il suo stipendio base, scusate la brutalità, è di 130-140 mila dollari, più altri fondi di ricerca. “Devo tutto alla Scuola, ma vedo anche sempre più normalisti che vanno a fare il Phd altrove, con la speranza di restarci. E per far rientrare i “cervelli” puntare su una singola persona non serve, è propaganda. Si devono costruire le condizioni perché lui e la sua squadra possano lavorare. Ma per questo serve tempo. Qui tutti sanno che la nostra università è bankrupt, in bancarotta, e per dirlo con un termine matematico, assomiglia a una “derivata negativa”, che sembra andare di male in peggio”. Così parlò il più fortunato del gruppo. Come fortunato si ritiene anche Francesco Cardarelli, trentaduenne nanotecnologo, rientrato a Pisa dopo due anni in California: “Là prendevo 3600 dollari, qui 2100 euro, ma mi piace l’idea di lavorare nel mio Paese. Sono tecnicamente precario, perché il laboratorio in cui lavoro mi fa contratti annuali, ma sono contento. La Normale mi ha dato una marcia in più, soprattutto in termini di sicurezza personale, facilitando gli scambi con le altre università internazionali”.

Perché la Normale è due terzi Westpoint e un terzo paradiso in terra. Con la splendida biblioteca, il collegio dove ti fanno anche le pulizie in camera, e la spinta a sviluppare uno sguardo cosmopolita. “Non ho dubbi che la rifarei, soprattutto la laurea” assicura Federico Oliveri, che a 19 anni è venuto da Palermo per studiare filosofia, convinto che avrebbe avuto poi una “facile e proficua carriera universitaria”. E invece, non fosse per il Consiglio d’Europa di Strasburgo in cui ha fatto uno stage nel 2003, adesso non saprebbe di che vivere. “Continuo a fare rapporti per loro. E poi ho contratti di insegnamento da 1900 euro a semestre. In media, quindi, prenderò 8-900 euro al mese”. L’orgoglio è rimasto (“ricordo ancora il mitico concorso”), è la speranza che si assottiglia di anno in anno. “Troppa formazione, nel nostro Paese, può diventare una zavorra: andremmo pagati, siamo più difficili da gestire, spesso è più facile prendere gente meno qualificata”.

Paradossi italici. Di cui, nonostante fatichi ad ammetterlo, deve essersi accorta anche la Scuola dal momento che dal 2005 ha aperto al suo interno un ufficio di placement, collocamento sul mercato. Per Oliveri “è un segno dei tempi: una volta bastava dire che eri normalista”. Adesso l’apriti-sesamo si è spuntato. “D’altronde oggi l’ignoranza è un valore sbandierato” constata Mariangela Priarolo. Prima degli ammessi al dottorato in filosofia del ’97, una settimana dopo la fine aveva un assegno di ricerca a Siena. Peccato che oggi, dieci anni dopo, e dopo aver imboccato il piano B dell’insegnamento alle superiori (“Prima anche all’esame per l’abilitazione nel 2006: non sarà meglio arrivare secondi?”), come supplente part-time prende 680 euro. “La mia era una famiglia semplice e io sono stata la prima a studiare. Però, con tutti miei titoli sto assai peggio di mia madre, che una laurea non l’ha mai presa. E ancora mi aiuta…”. No, non la rifarebbe la Normale, per considerazioni pratiche. “Per come funziona l’università italiana, meglio dottorarsi in un posto che possa, un giorno, assorbirti. Tutto qua”. Qui sono tutti bravissimi, ma extraterritoriali. Accademicamente apolidi.

“I concorsi vengono fatti su misura dei candidati. E le facoltà che li bandiscono tendono, magari dopo anni, a reclutare i loro dottorati” conferma Guri Schwarz. Tra un esterno fenomenale e un interno bravo che per anni ha aiutato il prof, il Paese del tengo famiglia chi preferirà? Storico del ‘900, esce dal perfezioamento nel 2001 e da lì inanella post doc alla Fondazione Einaudi, poi Stati Uniti e Gerusalemme. Nel 2010 ha fatturato 6000 euro e quest’anno, con un figlio di otto, è ufficialmente disoccupato. “Sto considerando di cambiare vita. In Normale ho trovato i miei amici migliori, mia moglie: non potrei immaginarmi senza. Però, qualche settimana fa, eravamo a una cena con venticinque ex-allievi e solo uno era a tempo indeterminato. Qualcosa non va”. Nel Paese, non nella Scuola, ma il risultato esistenziale non cambia.

Un bilancio che assomiglia a quello che fa Francesco Picchi. Germanista, laureato e dottorato a Pisa, da due anni supplente a tempo pieno di italiano e storia in un istituto professionale nell’hinterland lucchese: “Un posto dove si insegna a diventare idraulici, elettricisti e altri mestieri, spesso a ragazzi che hanno avuto problemi seri a scuola”. Una specie di trincea in cui lo studioso di Hannah Arendt è contentissimo di stare, per compiere – a 1300 euro al mese, dieci mesi all’anno – la sua “banalità del bene”. Dopo il dottorato e prima di entrare a scuola aveva fatto uno stage in una casa editrice. Gli avevano detto che era bravissimo, ma poi “tanti complimenti e tanti saluti”. Ci pensa su, si sforza ancora, come a non voler credere al quadro che la sua testa dipinge: “Non mi viene in mente una singola persona, del mio anno, che non sia precaria”. Una media normale solo in un Paese che ha smesso, da troppo tempo, di esserlo.

(Riccardo Staglianò, Repubblica.it)

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commenti
  1. lorenz sloggato ha detto:

    Cazzo. Tutto drammaticamente vero in un paese che se avesse 30 milioni di abitanti potrebbe vivere di turismo e indotto.
    Nei siti di recruiting in Medio oriente un 20% delle posizioni sono per laureati umanistici. Cazzo cazzo cazzo!

  2. steffa88 ha detto:

    e teniamo conto che parliamo di numeri piccolissimi: alla Normale la classe umanistica è di 30 persone, che possiamo ben aspettarci essere tra le 100 più preparate d’Italia! che abbiano un futuro, almeno qui, molto più fosco del loro compagno delle elementari quasi ritardato è certo indicativo di una situazione nazionale che fa concorrenza con il paese delle meraviglie di Alice quanto a stranezze

  3. rubikondo ha detto:

    Ennesima fotografia già vista di un paese dal grandissimo potenziale (nascosto) ma per nulla sfruttato.
    E’ come costruire un’auto da corsa e tenersela ferma in garage perchè non esistono circuiti sui quali farla correre.

  4. Giangius ha detto:

    “Troppa formazione, nel nostro Paese, può diventare una zavorra: andremmo pagati, siamo più difficili da gestire, spesso è più facile prendere gente meno qualificata”

    ecco questo demoralizza parecchio. che cazzo serve specializzarsi se questo è il presente?

  5. Giangius ha detto:

    per dire la Normale qualche anno fa era considerata l’Harvard Italiana in Italia, all’estero di sicuro no, ma in Italia per stile di vita universitario è una delle più prolifiche.
    Poi si fanno troppi elogi, per istruzione in certi settori sono molto meglio altre, ma nel Tutto è una delle migliori.

  6. steffa88 ha detto:

    è certo un’università d’élite, non è neppure un modello che mi piaccia, ma certo chi si laurea lì non può essere del tutto idiota, e non può neanche essersi grattato, vedere questa situazione è desolante

  7. Giangius ha detto:

    @steffa:
    se stanno li a grattarsi, semplicemente vengono costretti a pagarsi il vitto e l’alloggio che sono gratuiti sopra il 27 di media, o peggio se ricordo bene…

  8. steffa88 ha detto:

    se non sbaglio vengono cacciati a calci in culo con una media sotto il 27 o un voto sotto il 24

  9. Giangius ha detto:

    “se non sbaglio vengono cacciati a calci in culo con una media sotto il 27 o un voto sotto il 24”
    ah ecco 😀

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