Ho trovato uno forte

Luogo: treno che dalla capitale mi sversa nella burinia sud-est, praticamente un carro bestiame da deportazioni di massa.

Loro: due bimbe di massimo 20 anni, shorts inguinali, apparecchio per i denti, due trolley formato “giro del mondo in 80 giorni”, I-phone con custodia tempestata di strass (swarowsky credo).

Io: barba da fare, maglione a collo alto con all’esterno temperatura di livelli sub-tropicali, manuale delle procedure in mano, bestemmie non espresse in bocca e incazzatura cosmica per quello che mi aspetta la prossima settimana.
Luogo: treno che si riempie sempre di più.

Loro: una che si attacca al telefono con l’estetista credo(1) e comincia con una serie di “Si amò, no amò” e l’altra che sottolinea ogni “Si amò, no amò” con gesti di approvazione.

Io: mentre mi gratto la barba come un tossico dell’ultima ora le folgoro con sguardo assassino pregando che la batteria dell’I-phone faccia il suo dovere e si scarichi prima di subito.

Luogo: treno che ormai è pieno, e sale anche un controllore che litigando con un passeggero dice solo “io ‘sto staccando, non sono in servizio, ma se mi chiede se può annullare il biglietto scrivendo la data, le dico di no!”

Loro: scavallando le gambe con fare visto e alzandosi in piedi, che cominciano a pigolare qualcosa tipo “e chi lo dice? Il biglietto l’ha pagato, perché non va bene?” e rimpallandosi la parola con un “dico bene amò” “giusto amò”.

Io: chiudendo il manuale, mi giro imprecando divinità a caso, per capire se la sceneggiata stile cantanappule durerà ancora a lungo o se devo cominciare a pregare il MIO dio di far calare l’angelo della morte su tutto quello che si trova nel raggio di 5 metri intorno a me.

Luogo: treno iperaffollato con controllore che continua dire “a me non mi interessa nulla, io sono fuori servizio, se poi mi fate una domanda e non vi piace la risposta non sono problemi miei”, con il passeggero che farfugliava parole a cazzo tipo “privatizzazione, miniere di sale, zappare la terra, addio articolo 18” intervallate sempre a cazzo da roba tipo “torno a casa, se scendo perdo il treno, non mi faccia la multa”.

Loro: “Amò (riferito al passeggero) lascia perde, la prossima volta di che sei straniero, e vedrai che non ti fanno nulla”.

Io: capendo che il MIO dio non sarebbe intervenuto, cerco di capire se è il caso di farmi prendere da conati di vomito, fottermene o esprimere il mio disappunto abbandonandomi al flusso di blasfemia che sento salire sempre più imperante.

Luogo: treno, con controllare che se ne fotte, e se ne va dal macchinista a meno che, essendo noi in prima carrozza, non si sia suicidato gettandosi sui binari passando dalla motrice. Passeggero che capisce che ha fatto una figura di merda e si sposta in altra carrozza.

Loro: “Amò, lui era caruccio, ma doveva rispondergli a quel macchinista” e l’altra di rimando “si amò, ma era un timido”. E la prima, si, mi ricordava un tipo del telefilm “bhononhocoltoiltitolo”, e l’altra “Amò, zitta, che me so commossa troppo, me so messa pure a piange” e la prima “si amò, e poi è tratta da una storia vera”.

Io: riponendo il manuale delle procedure che dovrò leggere in altro momento, probabilmente quando sono in bagno affaccendato in altre cose, lancio uno sguardo torvo alle due che diventa assassino quando quella davanti a me mi dice “oh scusa AMO’(2), t’amo (che sta per abbiamo) disturbato”. Rispondo solamente “vabbè, s’è capito che oggi non si legge” e la seconda “AMO’, ma non la vedi che caciara, come PRETENDI di SFOGLIARE quel COSO in pace?”

Epilogo: loro continuano a cinguettare una serie di “amò, quanto so senzibile, amò quando è sorco quello, amò quanto te stanno bene i capelli color mogano retrò” intercalati da una serie di rumori gutturali che dovrebbero somigliare ad una risatina. Io invece comincio una sessione di training autogeno per cercare di scacciare l’immagine di me che prende la testolina delle due e, sbattendole con forza e ripetutamente, provo a vedere se almeno riescono a produrre un suono degno di nota.

Morale della favola: il pensiero che certa gente abbia non solo il diritto di voto, ma anche il diritto di esprimersi con suoni vagamente somiglianti a qualcosa di senso compiuto, mi fa credere che la democrazia sia una forma di governo profondamente errata! (3)

(1) Credo che fosse il suo estetista, perché si parlava di appuntamenti per rifarsi le unghie, i “baffetti” e la ceretta (testuali parole) patata compresa .

(2) L’appellativo “amore” mi è sempre stato sui coglioni. Ogni volta che la ex provava a chiamarmi “amò” partiva una bestemmia di rimando.

(3) Sto diventando razzista, solo che il mio parte dall’assunto che non è un problema di provenienza, come invece sembrava essere per le due lattanti, bensì sul grado di inutilità che si ha nel globo terracqueo. E pur non arrivando a teorizzare la soluzione finale, a certe gente dovrebbe essere impedito di riprodursi, oltre che di circolare.

(cybernulla.wordpress.com)

Firmi da vede, – Ascensore per il patibolo

Nel 1958 un ex assistente regista e cameramen di Jacques Cousteau di nome Louis Malle gira, a 24 anni il suo film d’esordio “Ascensore per il patibolo”

Poi chiama Miles Davis e gli chiede una colonna sonora. La leggenda narra di una lunga notte in cui Miles, accompagnato da un sax, un piano, un contrabbasso e una batteria improvvisa di fronte alle immagini mute che passano sullo schermo. Una registrazione in presa diretta.

E il rapporto tra cinema e musica da allora cambia per sempre.

A rendere questo film un capolavoro ci sono anche una trama al limite della perfezione. Facce, espressioni, una regia e luci tutte di livello assoluto. Un finale talmente potente, visivamente, da farti venire brivifi freddi lungo la schiena.

Ma tutti questi sono gli “anche” di una leggenda, che da sola, basterebbe a rendere questo film imperdibile

Forse e’ vero che i francesi non sanno piu’ far film. Ma una volta, cazzo se ci sapevano fare!

 

Attenti all’indifferenza

Da qualche tempo va di moda prendere le distanze.
Specialmente in tv e sui giornali.
Prima ancora di ascoltare quello che hanno da dire, si invitano politici, opinionisti e semplici commentatori a prendere le distanze.

Dobbiamo prendere le distanze:
Dalla Cgil che sa solo scioperare;
dai No-Tav che sono contro il progresso;
da quelli che tirano i sassi, perché sono violenti;
da quelli che salgono sui tetti e sulle torri, perché sono estremisti;
dalla Fiom, che non capisce le ragioni degli imprenditori;
dalla signora con la maglietta contro la Fornero, perché istiga al terrorismo;
dai pastori sardi, che in fondo non son mica produttori di latte lombardi;
dai terremotati dell’Aquila che ancora protestano, perché il loro momento di gloria è ormai passato;
dai precari, perché sono tutti sfigati o bamboccioni;
dall’operaio sardo che mandò in culo Castelli, perché istiga alla maleducazione;
etc…

Ecco, a forza di prendere le distanze, ci sembra che certi personaggi, soprattutto delle cosiddetta sinistra, si siano allontanati un po’ troppo dalla realtà e dalla gente.
Per questo ci sembra sia giunto il momento di prendere le distanze da loro.
Noi prendiamo le distanze da chi non si schiera, da chi non s’incazza, da chi non lotta e non bestemmia il Cristo Re.
Perché ora più che mai è il momento di schierarsi, di incazzarsi, di lottare e di bestemmiare la Virgo Fidelis.
Non potete chiederci di restare indifferenti.
(donzauker.it)

Qualcosa non va.

Oggi qualcosa non va.

Deve essere successo qualcosa stanotte, fino a ieri sera era tutto a posto. Il problema è che non so cosa sia e quali ne siano – oggettivamente – le conseguenze.

Per uno come me, abituato ad essere costantemente presente a se’ stesso e ad avere la situazione sotto controllo, quella di oggi è una situazione decisamente sgradevole. Ancor più sgradevole perchè rarissima.

L’unica azione di senso compiuto (a parte funzioni fisiologiche di base e spostamento automatico casa-lavoro, dove peraltro non sto combinando un cazzo di niente) è stata aprire il Blog e scrivere queste righe.

No, qualcosa decisamente non va. Appena scopro cos’è, vorrà dire che già metà sarà risolta.

Mah.