Memoria e radici

Pubblicato: 28/06/2012 da chica in Generale

«Dopo le due, due e mezza, la vita a Pietralata tornava sotto traccia. Non si vedevano che masnade di pupi, in mezzo ai lotti, o qualche donna allo sgobbo. Non c’era che sole e zella, zella e sole. Ma era ancora marzo, e faceva presto il sole a calare giù dietro Roma. L’aria tornava in penombra e quasi gelata. Come i ragazzini risortivano fuori di scuola, era quasi l’ora del tramonto………………………
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E la borgata era ancora deserta, perché gli operai staccavano dal lavoro più tardi, il cinema aveva aperto da poco e i due o tre bar ancora si dovevano affollare dei soliti senza speranza (…) I burini già avevano smesso di lavorare, negli orti lì intorno, e Via delle Messi d’oro, coi cerasi e i mandorli al primo boccio, era tutta vuota, mentre si sentivano da dietro i casali delle voci di giovanotti che cantavano facendo i Claudio Villa, e, più lontano ancora, le trombe del Forte che suonavano la libera uscita.
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Sotto il pilone del ponte dell’acquedotto c’era Tommasino (…) Cominciò a correre come uno scianchettato, con l’altro ai tacchi, verso la fermata del 211 che arrivava da Montesacro pieno di morti di fame e di militari del Forte. Pure gli altri correvano, fischiando, come una truppa di sciacalletti (…) Tommassino allora s’accoccolò lì accanto alla bancarella, ai piedi della Sor’Anita, su un resto di marciapiede. Pareva fosse già sera, e faceva freddo: in quell’aria fredda e scura, contro Pietralata, il banchetto pareva ancora più piccolo».
Tratto da UNA VITA VIOLENTA di Pier Paolo Pasolini
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Le porte automatiche della linea blu della metropolitana si aprono alla fermata Pietralata.
Glissata la fermata fantasma Quintiliani, che di una la precede, e che per un po’ ti lascia il dubbio che continua a sbatterti in testa, come le porte scorrevoli che ti si serrano alle spalle: «Ma non avrà saltato una fermata – ti chiedi – o avrò letto male io?».
Quintiliani un poco esiste e un poco no. La useranno più tardi, forse, per un certo centro direzionale. Pietralata invece c’ è.
Nata tra il 1932 e il 1940, la borgata di Pietralata è una delle zone più popolari di Roma.
Cresciuta irregolarmente nel corso dei decenni, sul limitare della campagna romana di nord-est, zona d’incontro di contadini, operai, sfollati e disoccupati, ha subìto una stratificazione sociale che ha seguito le diverse ondate dello sviluppo economico italiano.
Simbolo della resistenza romana alle retate dei nazifascisti durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale, è stata raccontata da Pasolini nell’epica sottoproletaria di “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” ed è tutt’ora uno dei pochi quartieri romani in cui si respira ancora lo spirito di borgata.
Periferia consacrata alla strada ferrosa della metropolitana, c’ è, questa fermata, nata sulle ceneri di un pidocchietto. Il cinema Nevada.
Cresciuto sulla testa di Roma Caput, Nevada faceva l’ occhietto a Hollywood, nutrendosi dell’ humus del quartiere alla ricerca di sogni di celluloide.
Di terza visione sì, ma sempre sogni sono.
E dopo la metro, inaugurata nel 1990, sulla terra di conquista si erge Panorama, ipermercato dell’ ultimo grido, foriero di sconti e di raccolta punti premio.
Passaggio a est della città, via di Pietralata viene avanti sgomitando dalla Tiburtina fino a Montesacro.
Il sindaco Petroselli sanò la borgata, verso la fine degli anni 70, sparirono le baracche, e il popolo romano trasferito controvoglia verso le periferie, conobbe nuovi condomini.
Lungo la via, occhieggiano come luogo di rifocillo, Opera paese e Pietralata nati nei locali dell’ ex Lanificio Luciani, spazi di suoni e colori, laboratori d’ arte e di sperimentazioni, al calar delle tenebre dispensano vita notturna e odore di cornetti.
Di giorno l’ ex Lanificio ospita un carrozziere e altre attività lavorative.
L’ Aniene da una parte, i palazzi dall’ altra. Parco naturale, polmoncino che attraversa diversi quartieri, il fiume influenza la realtà cittadina di Pietralata come ogni presenza che si gonfi e straripi, sensibile a vento e piogge.
Sull’ altra sponda la città giardino, nata sulla Nomentana fra gli anni 20 e 30, si specchia nella stessa acqua: un esempio di città pensata a contrapporsi alla città bisognata.
Turista metropolitana mi addentro nella boscaglia.
Cittadina forzata, incapace di riconoscere un albero di mele da uno di pere.
La vegetazione si tuffa in acqua. Strade senza nome lambiscono il fiume.
Piccole case basse, piccoli cani bassi, a testa bassa come arieti, puntano decisi a mostrar tutto il loro sdegno verso gli estranei, da qualche parte un rumore di campanelli, dal nulla capre e caprette al pascolo, galline al razzolo, piccoli orti che crescono rigogliosi in barba a tutte le leggi biologiche.
Uno dei confini di Pietralata: l’ insediamento urbano dei Monti del Pecoraro, a due passi dal Tiburtino terzo e la fermata metro Rebibbia, dove, come suggerisce il nome, pascolavano le pecore.
E’ una manciata di case popolari tutte uguali, tifoseria calda, Roma Club, “i campioni dell’ Italia siamo noi” ridisegna l’ arredo urbano e il giallorosso campeggia un po’ ovunque.
Anche qui c’ è un mercato vero, alterego dell’ ipermercato. I locali dabbasso dei quartieri popolari venivano quasi sempre adibiti all’ attività politica.
E’ un fiorire di sezioni, allato l’ una all’ altra, coabitazione forzata e civile.
Negli anni 80 Radio Macondo, come il paese inventato da Gabrìel Garcia Marquèz, per un breve periodo lanciò messaggi nell’ etere proprio da Pietralata.
Via dell’ Acqua Marcia. Una manciata di metri e di fronte trovi il verde della riserva naturale dell’ Aniene, pure un cavallo che brulica l’ erba. Coreografico come un’ allucinazione.
Da lì parte via delle Messi D’ oro che, passando per i campi, porta fino a Ponte Mammolo.
Un totem svetta e prospera di ruggine proprio al centro di Largo di Pietralata.
La chiamano piazza Tangentopoli.
Faceva parte del progetto cento piazze, mi spiegano, soldi restituiti dalle tangenti. Il cuore della borgata è a due passi: via del Peperino.
Qui si trova una delle poche farmacie comunali della città e la lapide ai partigiani di Pietralata, restaurata da poco.
Pietralata è sempre stata una zona rossa , la chiamavano “la Piccola Mosca” e qui i fascisti non si azzardavano a mettere piede.
Intorno agli anni ’60, la nascita della Casa del Popolo di Pietralata , nata nello scantinato delle case popolari ad opera di un manipolo di Compagni che , in un pomeriggio d’estate, presero letteralmente a picconate le pareti di un’immensa cantina abbandonata a se stessa e all’incuria, con l’idea di creare la nuova sezione del PCI e altre attività che servissero come punto di aggregazione per i ragazzi di una delle borgate più degradate di Roma.
L’operazione “Casa del Popolo 25 Aprile” riuscì, con la collaborazione e il contributo, anche di poche lire di tutti gli abitanti. Guttuso, si, proprio lui, regalò alla sala riunioni della Sezione un bellissimo murales che (spero) è ancora lì.
L’attività principale oltre quella politica, era curare le sorti della squadra di calcio locale creata, letteralmente inventata da quello stesso manipolo di uomini usciti da una guerra disastrosa: l’ Alba rossa.
I ragazzi dell’ Alba rossa, nome mitico e luminoso, ragazzi strappati dalla strada, quei Ragazzi di Vita tanto cari a Pasolini, ai quali si tentava di restituire una vita dignitosa, o quantomeno, una vita, si consumavano i tacchetti sul campo chiamato 25 Aprile, accanto c’ era una zona verde, panchine e giochi per i più piccoli e una scritta: Parco donato ai bambini dal Partito Comunista Italiano.
Adesso la Casa del Popolo, in via Silvano, non è più un luogo di dibattiti e incontri, funziona come bar di quartiere, non si preparano più i pacchi dono per i ragazzi della squadra sotto Natale, non si vedono più magliette contrassegnate da numeri, non si studiano strategie di gioco.
Le bottiglie dell’ amaro Lucano e del liquore Strega sugli scaffali polverosi.
I totem della vita moderna: i video giochi.
Caffè a prezzi popolari. Un pizzico di nostalgia, lucciconi agli occhi, per i tempi passati, quando si faceva attività. Mi sembra ancora di sentire quegli odori, il rimbombare di voci provenienti dalla Sezione (la Sezione, il Bar con la sala del biliardo e l’osteria e la sede dell’Albarossa erano un unico locale comunicante diviso solo da porte). Rivedo me, bambina prima, ragazzina dopo, dormire sulle sedie, in attesa che mio padre e mia madre finissero riunioni e insieme agli altri mettessero a punto strategie di lotta per la casa, per il lavoro, per i servizi essenziali. Mi sembra di vedermi ancora, avrò avuto 9/10 anni, la domenica mattina, a vendere l’Unità porta a porta , su e giù per le scale di quei palazzoni di borgata.
Graffiti e piloni di cemento dietro l’ angolo, in via Marica. Dal 1994 trenta famiglie coabitano nell’ ex aule di una scuola occupata.
Una situazione del genere si chiama dichiarata emergenza abitativa.
Scene da Guareschi, negli anni 50/60, tipo Don Camillo e Peppone (dove Peppone era mio padre, mentre Don Camillo era il vecchio parroco con tanto di tonaca, Don Ottavio , detto “Er Roscio”) con la parrocchia di San Michele Arcangelo, lì a pochi passi, in concorrenza alla casa del Popolo.
In parrocchia sono cresciute generazioni di scout. Vicino al campo 25 Aprile. Ma la “concorrenza” tra il prete e il mangiapreti si fondava sulla lealtà e l’intesa, sull’idea del bene comune: il futuro dei ragazzi della borgata, il presente di tante famiglie che avevano bisogno di case e lavoro. Tutti e due, ognuno con il loro credo, lavoravano per il bene comune, senza tornaconti personali.
Col tempo l’ identificazione col quartiere viene meno. Microidentità convivono, si sperimenta su ambiti ma non su territori.
Scompare il calcio per strada, soppiantato dal calcetto.
Anche Pietralata ha il suo Colosseo, una struttura abitativa rotonda sorta nei primi anni 80, in via Ramiro Fabiani, a ridosso della già citata via delle Messi D’ oro, un pezzo del granaio di Roma.
Niente fossa di leoni, all’ interno, più che altro il parcheggio dello stabile. Doveva funzionarci una ludoteca, mi raccontano, un polo d’ interesse per tutti i condomini. Via del Casale Rocchi, invece, dice qualcosa ai romani che corrono, trafelati, a riprendersi la macchina rimossa dalla sosta vietata. Si trova qui una delle autorimesse del comune.
La strada scende giù verso l’ Aniene, con le sue casette basse, tutti i suoi cani e le sue galline e il ricordo di quando il fiume era balneabile, la gente si prendeva il suo bagno, conosceva il gioco delle correnti, si guardava il fondo e i pesci e faceva il picnic sulla riva.
A Ponte Mammolo veniva anche Pasolini, che ne scrisse nel suo Ragazzi di vita.
Altro confine: Sant’ Attanasio. Ogni seconda domenica di maggio, il Palio delle contrade, una tradizione che si rinnova, sopravvissuta chissà come e perché.
Al centro del parco Popolare di via Meda, dove, in estate, si proiettano film a prezzi bassissimi, lo scheletro di uno degli autobus a due piani che fino agli anni 80 scorrazzavano per la città.
Si dice che al piano superiore si potesse fumare di straforo e contemplare il traffico da un’ altra prospettiva. Coprivano le linee 64 e 85.
E’ stato trasformato in un locale, recuperato da una cooperativa, un piccolo palco davanti, ormai desolato. Qui si avvicendarono nomi come Claudio Lolli, Il Banco e Jorma Kaukomen dei mitici Jefferson Airplane. Planato, è il caso di dirlo, al centro di Pietralata.

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commenti
  1. perplessa ha detto:

    io c’ho già un ansiaaaaaaaaaaaaaaaaaa
    tra dieci minuti me la smammo potesse cascare lo studio :mrgreen:
    ora inzio a chiudere
    ciaooooooooooo

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