Mondo coatto

Pubblicato: 31/01/2016 da onnipotente in Generale
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«Coatto» è una delle parole più belle e dense di significato della lingua romana. Viene dal participio passato latino «coactus», che significa «costretto». Nel XX secolo ha assunto il significato di cafone, triviale, “borgataro”, ossia gente gretta e rozza, emarginata alle periferie delle città e soprattutto della società. All’epoca si faceva perciò riferimento ad un “gruppo” sociale inquadrabile anche spazialmente, in quanto persone che non di rado vivevano in condizioni spesso disagiate in veri e propri ghetti periurbani.

Tale accezione però non solo si discosta dal significato originale di “costretto”, ma è per di più obsoleta.

Per capire cosa significa veramente «coatto» è necessario vedere le definizioni dei dizionari, come ad esempio quanto riportato su http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/C/coatto.shtml , dove si legge:

• agg. Imposto forzatamente, obbligatorio || domicilio c., un tempo, obbligo di risiedere in un dato luogo, imposto dall’autorità a persone ritenute socialmente o politicamente pericolose

• s.m. (f. -ta)

1 Chi, un tempo, era soggetto al domicilio coatto; estens. detenuto

2 gerg. Nel l. giovanile, giovane ragazzo che vive in una condizione di emarginazione prossima alla delinquenza; ragazzo che segue la moda più consumistica e si comporta in modo rozzo e volgare

È quindi in primis necessario creare una “disambiguazione” concettuale, scindendo chiaramente la parola italiana da quella romanesca. Non si può infatti dimenticare che “coatto” è termine italiano correntemente usato in ambito giuridico.

Per ciò che riguarda la parte inerente il romanesco, il termine “coatto” oggi non etichetta più uno specifico gruppo, per di più geograficamente individuabile nelle periferie e nell’hinterland delle metropoli, bensì si tratta di concetto molto più sfumato, che ingloba tutta una serie di “forzati sociali”. Ci si riferisce a coloro che in inglese sono etichettati come “fashion-victims”, ossia agli schiavi di tutto quanto è “trendy”, o a persone che hanno comportamenti che possono avere poco a che fare con la loro provenienza sociale, fatto che può imporre di vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche. In due parole, il coatto è colui che è costretto (o sceglie di costringersi) ad essere altro da sé. A prescindere che il “sé” in questione sia ben delineato o al contrario quasi assente.

“Coatto”, in quanto significa “costretto”, è infatti la forma che descrive colui che cede ai “bisogni indotti”, ossia ha la necessità di prendere “in prestito” (da quanto la omologante società impone) un senso per la propria esistenza, con scelte di vita e gusti imposti dalla moda, o anche prodotti e servizi superflui ma che la società del livellamento e dell’uniformità fa accettare come necessari. Tra questi ricordiamo l’andare a vivere in una città alla moda, l’iscriversi ad un corso di pilates o di zumba, diventare vegani, l’acquisto di un SUV per girare in città oppure di un costosissimo smartphone di ultima generazione. Molti tra questi gesti difficilmente possono essere riconducibili a reali esigenze.

L’imposizione sul singolo della “mentalità collettiva” può avvenire attraverso metodiche di autocastrazione, che portano all’annientamento dell’unicità del singolo, del proprio “io”, con sua sostituzione con una identità generale ed aliena, oppure più semplicemente il vuoto intellettuale e valoriale di certe persone viene riempito dall’introiettamento di questo “io collettivo”, con un processo che ha quasi dell’idraulico, secondo il principio dei vasi comunicanti.

È ovvio che tale processo si concretizzi a livello inconscio. Ciò avviene perciò per dare senso alla propria esistenza, o per riempire il vuoto della propria vita, ma soprattutto per motivazioni sociali, ossia mostrare che le proprie scelte o possedere certi prodotti permette di sentirsi parte (all’altezza) di quella società che viene definita consumistica. Il concetto di consumismo non deve però essere inteso esclusivamente come acquisto di oggetti voluttuari, ma va allargato anche a quanto concerne gusti, consumi “culturali” e varie scelte di vita “che bisogna fare, perché le fanno tutti”.

In sintesi, per descrivere oggigiorno cosa significa “coatto” è necessario quindi tenere conto dell’ultima parte della voce sopra riportata, ossia “uomo/donna che segue la moda più consumistica”, cui si può eventualmente aggiungere una nota sulla sua attitudine, ma che è superflua: chiunque sia prono nel seguire mode e costumi acriticamente è per definizione persona intellettualmente “rozza e volgare”, in quanto priva di una propria personalità e capacità di prendere decisioni al di fuori delle “costrizioni” sociali.

Coatto quindi più che il cafone maleducato, volgare e arrogante della periferia romana, oggi – a prescindere dalla provenienza geografica – è soprattutto colui/colei che:

· usa le parole «location», «attimino», «competitor»;
· cambia cellulare (ooopps… smartphone!) ogni anno (e spesso sceglie l’iPhone);
· porta gli occhiali scuri anche col tempo nuvoloso;
· balla la salsa o il tango;
· va ad eventi mondani (festival del cinema, vernissage di ogni tipo, ecc.) semplicemente perché BISOGNA esserci;
· si iscrive ai corsi in voga (acqua-gym, zumba, ecc.);
· ascolta solo musica da hit-parade;
· va in giro in SUV o in Smart (se è minorenne con una macchinetta biposto da 50 cc);
· va a vivere a Berlino;
· si compra computer e/o tablet della Apple, meglio se tutti e due;

Ça va sans dire, il coatto maschio negli ultimi due anni s’è fatta crescere una folta barba, mentre negli ultimi mesi sia ragazzi sia ragazze coatte vanno in giro con i jeans comprati già strappati.

In conclusione, oggi possiamo affermare con certezza che «coatto» è lo schiavo per eccellenza di mode e tendenze, prodotto di un’auto-costrizione che annienta la dignità di essere umano per farne pecoreccia volgarità massificata.

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