C’E’ CHI DICE NO.

Era l’estate del 1987.

Aspettavo la fine di agosto perchè – finalmente maggiorenne – avrei potuto togliermi quella rottura di palle di casco e tornare liberamente a rischiare di spaccarmi la testa in motorino (evento che fortunatamente non si è realizzato, “eeeh già… sono ancora qua…“).

Maturità faticosamente portata a casa, facoltà universitaria scelta (un po’ di fretta ma era l’ultima delle preoccupazioni, l’avrei cambiata dopo il primo anno e poi ci sarei tornato su per questioni di opportunità, infilandomi in un tunnel abbastanza contorto dal quale sarei uscito solo parecchi anni dopo, rinascendo a nuova vita… più simile a ciò che sono ora che a quello che ero allora).

Ma era l’estate del 1987.

E allora i pensieri erano altri. Il lavoro era più un vezzo che una necessità (e come tale veniva trattato), sfogliavo freneticamente “Porta Portese” (per i non-romani, storico settimanale di annunci economici gratuiti, n.d.A1.) alla ricerca dell’ auto usata da comprare, sognando la Jaguar e concludendo con la 500, fumavo pacchetti su pacchetti di Marlboro rosse (che tanto allora si fumava ovunque, a casa fumavamo tutti e la sera a cena sembrava una bisca), le litigate con la ragazza (che poi era quella “sbagliata”, ma allora vallo a sapere) erano i veri drammi del momento. Uno dei più grandi dilemmi era decidere cosa fare la sera, e poi tante sere si risolveva a modo mio (questa mi è rimasta uguale): “fate come cazzo vi pare, io me ne sto a casa, ci si becca domani“.

Niente email (ancora per poco), niente SMS, niente cellulari, niente “social” (per un verso), molto più social per l’altro.

Un’ altra vita.

E nell’ estate del 1987, capitava spesso di sentire in radio questo pezzo:

Non posso dire che allora fossi un grande fan di Vasco, mi piacevano molto le sue canzoni più vecchie (sentite grazie ai fratelli maggiori degli amici dell’ epoca), ma già allora ero orientato verso altre cose. E’ perciò che non diedi particolare attenzione a questa, che è rimasta riposta e dormiente nelle mie più remote circonvoluzioni cerebrali: ci si infilò quell’ estate a livello subliminale, e poi ha deciso di uscire allo scoperto proprio oggi.

Perchè pensando a tutta la situazione attuale – una situazione che nell’ estate del 1987 non avrei immaginato nemmeno come fantascienza – non riesco a togliermi dalla testa le sue parole.

Ecco, oggi io sono uno “CHE DICE NO“. E non mi muovo. E non ci sono. E sono un uomo.

6 pensieri riguardo “C’E’ CHI DICE NO.”

  1. E’ anche importante saper dire si, ogni tanto. A priori non esiste nulla, almeno a mio parere: nessun no e nessun si. E siamo uomini qualunque cosa si faccia, purché in buona fede e con criterio, anche se spesso va a scapito nel nostro orgoglio. Se no siamo solo adolescenti che truccano la testardaggine col maquillage dei principi nobili.

  2. Ah, beh, ma se la domanda è “mi dai il tuo IBAN che ti mando 100.000 Euro”, tranquillo che dico pure si… 😀

    Pensa che a 18 anni quella canzone non mi ha fatto ne’ caldo ne’ freddo, invece adesso che ne ho più di 50 mi ha colpito in pieno. Tanto da ricordarmela.

    Poi, non vorrei che si fosse capito male. Io (come dico ogni volta) non penso assolutamente di “essere un uomo” perchè non accetto tutta questa cosa, e non penso che chi la accetta non lo sia. Tutti siamo uomini (e donne, se no sai che palle). Mi comincio a storcere solo quando qualcuno, pensando (a torto o anche a ragione) di essere “più uomo” di me cerca di convincermi a fare una cosa che non voglio fare.
    Poi, finchè la discussione è alla pari, la gestisco. Ma quando diventa un “obbligo” due domande me le faccio, e poi sbrocco.

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