AUGURI, TOMAS !

Oggi avrebbe compiuto 89 anni… ci è andato vicino, è arrivato a 84 e ci era arrivato anche molto bene.

E’ stato un Artista coi controcoglioni, una persona forse controversa ma che ha vissuto più che a pieno la sua vita, che tanto ha imparato e tanto ha insegnato.

Noi tutti l’ abbiamo conosciuto grazie a personaggi “particolari”, film forse discutibili (anche se col senno di poi li considererei tutti piccoli capolavori): chi lo ha “puntato” conosce anche le sue “altre” interpretazioni, in pellicole magari più impegnate, sia precedenti che successive al periodo della sua massima notorietà in Italia. Notorietà data all’ inizio da qualche “spaghetti western” e poi esplosa con i polizieschi primi anni ’70, mutati in seguito nei cosiddetti “poliziotteschi” che finirono per sfociare nella commedia di genere. E’ praticamente impossibile scinderlo dai personaggi sguaiati, dal magnifico ed inconfondibile doppiaggio di Ferruccio Amendola, eppure fece anche molto altro: fu diretto da registi del calibro di Bolognini, Lattuada, Visconti, Pasolini…

ma di questo cinema impegnato lui stesso ebbe a dire, testualmente: “sì, è stato bello, mi ha dato visibilità, ma mi rompevo il cazzo“.

Più avanti nel tempo lavorò ancora parecchio, parti più o meno marginali ma venne comunque chiamato da gente tipo Spielberg, Oliver Stone, Soderbergh. Robetta così.

La cosa che fece la sua “fortuna”, però, rimane il periodo italiano. Quei magnifici vent’ anni dove lui, cubano di nascita e cittadino americano trovò proprio qui a Roma tutto quello che voleva: dall’ amore alla fama al denaro all’ affetto di un pubblico che lo ha accolto e abbracciato come uno “di casa”.

Era un momento magico: i film non si facevano come oggi, i produttori non erano inarrivabili “major” cinematografiche, spesso erano solo persone con qualche soldo da investire che “spingevano” come pazze e si indebitavano – se serviva – pur di “far uscire” la pellicola. Si potevano usare apertamente gli sponsor (i soldi si raccoglievano così), si vedevano sfoggiare con nonchalance pacchetti di Muratti Ambassador, bottiglie di J&B, acqua Pejo, Oransoda e chi più ne ha più ne metta. Per quella particolare scena serviva una Cadillac ? Ecco che Galliano Juso (uno dei produttori dell’ epoca) ci metteva la sua, una Eldorado nera del 54 apparsa in tanti di quei film da sembrare l’unica auto americana disponibile a quei tempi. Serviva una villa all’ Olgiata o un appartamento con vista su Castel Sant’ Angelo ? Tranquilli che qualcuno (a volte anche qualche attore del cast) “sacrificava” casa sua per le riprese.

Il “politically correct” non si sapeva manco cosa fosse (il 70% dei film di allora, oggi come oggi non potrebbero uscire), l’unica preoccupazione era il famigerato “visto censura”, ma con qualche limatina alle battute e tanta attenzione a non toccare mai la religione bastavano a scavallare pure quel problema.

In quegli anni, Tomas Milian diventò una “spugna” (non nel senso alcolico del termine, anche se pure lì ci dava che ci dava): probabilmente a causa del fatto di essersi allontanato presto dalle radici cubane e di non essersi mai veramente integrato nel modo di vivere americano, cercava senza sosta una qualche identità, qualcosa che lo facesse sentire a casa. Iniziò quindi ad assorbire voracemente quella “romanità” che poi contraddistinse i suoi personaggi. Da attore vero e disciplinato quale era, non si limitava a ripetere le battute da copione (sarebbe stato facile, contando sul successivo doppiaggio): lui voleva capire cosa stava dicendo, voleva entrarci davvero in quel personaggio. Tutti quelli che hanno avuto il piacere di lavorare con lui sono concordi su questo: passava le giornate con tutto il cast e dove non capiva si faceva spiegare. Ma la “romanità” che lo caratterizza la assorbiva dagli “altri”: l’unico fra gli attori che ebbe effettivamente ad insegnargli qualcosa fu un altro grande dell’ epoca, vale a dire Franco Lechner (più noto come “Bombolo”), ma solo perchè lui era veramente romano ed era veramente di estrazione popolare, cresciuto per la strada e – onestamente – unico nel suo genere.

Tutto il resto lo prese dalla “gente”. Sempre la gente del cinema, chiaramente, ma non gli attori. Gli operatori, gli attrezzisti, gli autisti, le comparse e soprattutto quella che fu quasi da subito (perchè opportunamente truccato e parruccato era quasi indistinguibile) la sua controfigura: Quinto Gambi, ex “pesciarolo” (venditore di pesce al mercato), cresciuto nel quartiere di Tor Marancia, che di romanità ne aveva da vendere. Molti dei modi di dire, delle battute in rima, delle parolacce fantasiose pronunciate dall’ Ispettore Giraldi erano ispirate proprio al modo di parlare “normale” di Quinto. La cosa diventò ancora più evidente quando Tomas cominciò a scriversi i testi da sè.

E’ stata proprio questa “full immersion”, che comprendeva tutto, anche la gestualità, a rendere credibile come “italiano-romano” un attore “cubano-americano”. Tanto credibile che all’ inizio pochi sospettavano le sue origini, quasi tutti erano convinti che quell’ attore fosse un italiano che si era scelto un nome d’arte esotico.

Il mio personalissimo interesse per Tomas Milian iniziò naturalmente con i film, che andavo sistematicamente a vedere al cinema ogni volta che uscivano o che cercavo in videocassetta (i più vecchi, quelli che non ero riuscito a vedere “in diretta”). Negli anni ’80, a Roma, la maggior parte delle battute fra ragazzi erano citazioni di quei film: si può dire che ci siamo cresciuti. Non ebbi modo naturalmente di incontrarlo o conoscerlo di persona dato che nel periodo che passò a Roma, pure se tutti sapevano dove abitava, era praticamente impossibile avvicinarlo. Nei primi anni 2000, poi, la “svolta”. E qui Internet è il “deus ex machina”: mi prese il ghiribizzo di fare una ricerca sull’ elenco telefonico online (le “White Pages”) di Miami e beccai quasi subito un numero telefonico intestato a “Tomas Milian Rodriguez”. Fatti i debiti calcoli del fuso orario, cominciai a chiamare… all’inizio, per tre o quattro volte ottenni solo un messaggio registrato che si interrompeva sistematicamente a metà. Poi, la volta che riuscii a sentirlo intero capii perchè “non passavo”. Stupido io, avevo il cellulare impostato per non trasmettere il mio numero e quell’ utenza aveva un filtro che respingeva le chiamate con numero riservato.

Sbloccato il numero, fu questione di altri due tentativi: alla seconda chiamata, mi rispose una donna. La cosa andò così:

– “Hello” ?

– “Hello, sorry for bothering you, my name is Alberto *****, I’m calling from Rome, Italy… is this by any chance Mr. Tomas Milian’s home number” ?

-“… buongiorno, non riconosco il nome, ma lei è un amico di Tomas” ?

Era Rita Valletti, la moglie. Avevo fatto bingo ! Fu di una gentilezza squisita, nonostante avessi confessato che no, non ero un amico, ma un semplice ammiratore e che mi sarebbe piaciuto tanto poter parlare con lui. Mi disse che in quei giorni era fuori, ma che se le ripetevo il mio numero mi avrebbe fatto chiamare, perchè Tomas era sempre felice di parlare con gente dall’ Italia. La ringraziai, lasciai il numero e la cosa finì là.

Avevo ormai quasi dimenticato la cosa, finchè un mesetto dopo, nel tardo pomeriggio mi squillò il telefono: il “+1” all’inizio del numero non lasciava dubbi, risposi, ed era lui.

Cazzo, roba da non crederci: nel 2001 stavo parlando al telefono con Tomas Milian ! Chiacchierammo in italiano (direi più in romanesco) per almeno mezz’ora: voleva sapere tutto di me, quanti anni avessi, cosa facessi, era sinceramente meravigliato del fatto che in Italia ancora ci si ricordasse di lui. Mi disse: “mi piacerebbe tornare a Roma, ma non so quando. Però se tu vieni a Miami, chiamami… a casa mia c’è un posto per te”.

A Miami, poi, non ci sono mai andato… ma alla fine risolse lui. Nel 2014, dopo aver girato con un nostro regista un documentario sul suo ritorno a Cuba dopo 58 anni, venne a Roma a presentare la sua autobiografia e lì finalmente ebbi l’occasione di incontrarlo. In fila in libreria per la firma sulla mia copia, arrivato il mio turno mi presentai, chiedendogli se per caso si ricordasse di quella nostra conversazione. Si può dire che “bloccammo la fila”. Lui si ricordava, e mi disse pure “però ce potevi venì a Miami”… “ti facevo più vecchio, sei un ragazzino”… e poi: “dai, resta qua, aiutame, che certe cose che mi dicono non le capisco”.

Alla fine passai mezza giornata con lui, ed ebbi la conferma che dietro il “Monnezza” c’era un uomo davvero speciale. Insieme a lui quel giorno c’erano anche (fra gli altri) Massimo Vanni (il subalterno “Gargiulo” di quasi tutti i film del tempo) e Quinto Gambi (proprio lui, la controfigura): per me fu un momento di grazia, di quelli da ricordare per sempre.

Nun c’è un cazzo da fà: Tomas è stato un grande, e un grande rimarrà. E chi liquida la cosa con superficialità, relegandolo ai fenomeni da baraccone dei film di cassetta, beh, nun cià capito ‘n cazzo.

“Resta qua, aiutame, che certe cose che mi dicono non le capisco”…

3 pensieri riguardo “AUGURI, TOMAS !”

  1. Che devo dire, i film del Monnezza non hanno mai fatto breccia in me. Però questo tuo ricordo dell’uomo mi è piaciuto molto. E mi fa piacere che ti abbia potuto conoscerlo.

  2. Il tuo post è coinvolgente fin dalla prima riga, ma ovviamente la parte migliore arriva alla fine, quando racconti la tua deliziosa esperienza personale con Tomas Milian. Tra tutti i suoi film, ricordo di aver apprezzato in particolare La banda del trucido (con un altro attore cult dell’epoca, Luc Merenda).

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