MAX – STORIE DI BULLISMO QUANDO ANCORA NON SI CHIAMAVA COSI’

Come sapete, ogni tanto racconto un po’ di cazzi miei ed oggi è una di quelle volte. La spinta a questo particolare tema me l’ ha data la lettura di questo post di Coulelavie (che un giorno scoprirò – o mi dirà – come si chiama… mi semplificherebbe la vita rivolgermi a lui col suo nome di battesimo 😉 ), dato che certe cose sto cominciando piano piano a dimenticarle, le scrivo qua.

Sono sempre stato un “forestiero”, sono nato in una città che non ho mai visto, finchè ho vissuto in famiglia (fino ai 18 anni compiuti) ho cambiato almeno 15 case in 10 città diverse, solo le scuole elementari le ho fatte in tre “parti”, fra Trieste, Roma e Perugia, con l’ultima parte della quinta di nuovo a Roma. Questo c’entra e non c’entra, però ha sempre fatto di me quello “nuovo”, quello che veniva da fuori, quello che entrava in classe quando l ‘anno scolastico era già iniziato da un po’, il che aveva i suoi pro e i suoi contro.

Le cose che racconto qui sono avvenute nella seconda metà degli anni ’70, a Roma, quando ero in quarta elementare. A quei tempi, anche se sembra strano, andavo e tornavo da scuola a piedi e da solo. Abitavo a poco più di un chilometro (forse uno e mezzo) da scuola e le strade erano tutte tranquille tranne un viale molto trafficato a metà via che comunque aveva un attraversamento con semaforo. Quindi nessun problema: avevo la mia cartella con i libri, il mio ombrello e i miei stivali di gomma per quando pioveva e lungo la strada c’era un alimentari dove sistematicamente compravo le mie 50 Lire di pizza bianca all’ andata (per la ricreazione) e il mio Ovetto Kinder (allora grande novità) al ritorno. Mi sembra costasse 100 se non 150 Lire, ma era un lusso al quale non rinunciavo.

C’era questo bambino in classe, “Max” si chiamava (e si chiama tuttora). All’ inizio credevo fosse il diminutivo di Massimo o Massimiliano, ma tutti, anche la maestra (e se è per questo anche il registro di classe) lo chiamavano proprio “Max”. Infatti era “Max”. Più avanti scoprii perchè.

Dato che era biondo, chiaro di carnagione e con gli occhi azzurri, un giorno gli chiesi ingenuamente: “ma che sei tedesco” ?

Non l’avessi mai fatto. Già mi guardava male prima, ma da quel momento se la legò al dito, e cominciò a farmi brutti scherzi. In classe quaderni strappati, penne sparite, sgambetti in giardino durante la ricreazione… ma quello era il meno. Il problema vero era che abitava due traverse prima di me, che anche lui veniva a scuola a piedi (e da solo) e che quindi volente o nolente me lo trovavo sulla strada tornando da scuola (andando no, perchè io partivo prima). Lì cominciò un breve ma intenso periodo di “vessazioni”. Cose da bambini, chiaramente: adesso se ne fa un’ affare di stato parlando di “bullismo”, allora erano solo “prepotenze”. Ora, io non è che sia mai stato piccolino o debole, anzi. Infatti non ho mai avuto problemi di questo genere. Il punto era lui: molto robusto per la sua età (nelle foto di classe era sempre in ultima fila perchè era il più alto di tutti), molto incazzato e fondamentalmente “cattivo” per il gusto di esserlo. Era (ed è ancora oggi) uno a cui piaceva “menare”, ma sul serio. Ed io avevo avuto la sfiga di essere stato scelto come bersaglio. Apparentemente solo perchè avevo insinuato potesse essere “tedesco”.

Era primavera, e per settimane dovetti inventarmi percorsi alternativi, giri tortuosi passando per un parco nelle vicinanze, scuse a casa per spiegare ritardi, ombrelli rotti, cinghie della cartella spezzate… senza contare decine di ovetti Kinder rubati o semplicemente spiaccicati a terra.

Tutto pur di non raccontare quello che stava succedendo. Già allora ero abituato a “sbrigarmela da me”, per i miei andava sempre “tutto bene”, ci avrei pensato io, era solo questione di tempo e di strategia.

Un giorno semplicemente mi fermai e mi girai (lui mi seguiva pensando a che danno fare). Fino a quel momento erano solo dispetti, un vero scontro fisico non c’era mai stato… gli dissi: “senti, adesso m’hai rotto le bale” (ancora ero un mix di dialetti, accento nordico, non certo il romanesco imbruttito che mi contraddistingue adesso).

Gli saltai letteralmente addosso e cominciai a pestarlo a calci e pugni come mai avevo fatto fino a quel momento. Ma di brutto, eh ? Credo di non aver mai più menato nessuno in tutta la vita con tanta determinazione. Non mi fermai finchè non me lo chiese lui, per favore. E credo fu lui quel giorno a doversi inventare qualche scusa a casa. Eravamo in un punto isolato, nessuno intervenne per dividerci, fu un K.O. a tutti gli effetti.

Catartico, senza dubbio. Fino alla fine dell’ anno scolastico, da quel giorno in poi, facemmo sempre la strada insieme, andata e ritorno. Amici “veri”, dividendoci la pizza ed il panino all’ olio col salame ungherese che portava da casa, addirittura qualche volta il pomeriggio andavo a casa sua a fare i compiti (a casa mia no, perchè non c’era nessuno ed i miei non volevano che stessimo da soli).

Scoprii lì alcune cose: Max era figlio di una coppia di attivisti politici di estrema sinistra (il padre venne pochi anni più tardi coinvolto in una questione legata ad Autonomia Operaia). La madre (convinta che non potessi capire le implicazioni della cosa) mi spiegò carinamente che Max (vero nome di battesimo registrato sui documenti) doveva essere in origine “Marx”, ma non fu accettato all’ anagrafe. In quella casa, nel periodo in cui la frequentai, c’era un viavai di gente particolare (ma chi non era particolare, negli anni ’70?) e ogni tanto mentre noi facevamo i “compiti” (non è vero, giocavamo con le macchinine) in una stanza, nell’ altra si ragionava a gran voce di politica, con il padre di Max ed i suoi amici che si chiamavano l’ un l’ altro “Compagno”.

Tutto è bene quel che finisce bene, ma anni dopo (molti anni dopo) per altri versi ed altre vie capii che io, proprio io, avevo passato pomeriggi interi nel luogo di riunione di un nucleo eversivo. Non dico BR, perchè non lo erano, ma qualcosa di molto vicino.

Oggi Max è un affermato istruttore di arti marziali, vincitore di parecchi titoli nazionali negli anni ’90. Ha una sua palestra a Roma nord che dà lavoro ad una decina di persone, è diventato un “capitalista” suo malgrado. La madre non c’è più, il padre per fortuna è libero e si gode la sua meritata pensione da operaio metalmeccanico.

Ci siamo rivisti per caso, a fine anni ’90 (vive nella stessa casa di allora e io ogni tanto passo nei miei personali “luoghi della memoria”… quando ho visto che sul citofono c’era ancora il suo cognome ho semplicemente suonato): la pacca sulle spalle che mi ha dato allora mi ha fatto capire che la fortuna di metterlo a terra non mi sarebbe mai più potuta capitare, ma è stato così onesto da confessarmi che se quel giorno di primavera non l’avessi gonfiato di botte non sarebbe mai arrivato dove era arrivato.

Quel giorno sono stato felice.

5 pensieri riguardo “MAX – STORIE DI BULLISMO QUANDO ANCORA NON SI CHIAMAVA COSI’”

  1. Una storia di vita fantastica, no?
    Come da un “litigio” sia nata una ottima amicizia.

    Anch’io sono stato oggetto di vessazioni, ma essendo “piccolo e gracile” ho sempre subito. Tuttavia avevo anche chi mi difendeva, perché avevo la capacità di stare simpatico ai “grandi” che fungevano (a volte) da miei angeli protettori.

  2. Visto? Hai fatto bene a menarlo. Ti dirò di più: se gli avessi rotto gambe e braccia sicuramente l’avresti reso oggi un uomo ancora migliore (non scherzo). 3:-)

  3. Ma no, dai, non esageriamo… erano comunque botte da bambini.
    Oggi – forse (ma anche no, sono un non violento) – si potrebbe arrivare a certi livelli, ma l’esito non sarebbe favorevole come fu allora. Con lui, poi non se ne parla… ha la mia stessa età ma mi gonfierebbe con le mani legate dietro la schiena. Io meno a casaccio, lui ha sviluppato la tecnica.

  4. K: allora io sarei stato certamente uno dei tuoi “difensori” 😉 Nella vita di botte ne ho prese poche, ma due terzi buoni di queste sono stati per essermi messo in mezzo. Sono un “percipiente di schiaffi per conto terzi” 😀

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