PIERO. UNA STORIA VERA (?)

Ho conosciuto Piero in prima media. Qualcosa ha fatto sì che ci trovassimo al banco insieme, lui proveniva da un altro quartiere, io da un’ altra città: bene o male gli altri erano tutti alunni delle elementari dello stesso complesso, quindi si conoscevano già fra loro in un modo o nell’ altro e comunque erano “di zona”, quindi noi due eravamo le uniche facce nuove.

Il che, alle medie, non è una cosa buona: per qualche verso eravamo visti come “strani”: lui perchè oggettivamente lo era, io perchè (oltre onestamente ad esserlo un po’) vestivo diverso, parlavo diverso, portavo i capelli diversi, insomma non ero propriamente integrato con la “moda” del luogo e del tempo.

Vuoi o non vuoi facemmo amicizia, e cominciammo a frequentarci anche dopo la scuola (quelle cose tipo fare i compiti insieme che poi non si fanno mai i compiti). A lui era praticamente vietato allontanarsi da casa (gli erano vietate un sacco di cose, ma quello lo scoprii dopo), quindi ero io che partivo a piedi o in bici e lo andavo a trovare.

La famiglia di Piero, figlio unico come me, faceva parte di quella “borghesia” medio-alta che all’ epoca (siamo temporalmente nei primissimi anni ’80) significava appartamento spazioso e luminoso con piccolo giardino in zona residenziale tranquilla, due automobili in garage (l’ Alfetta del papà e la A112 della mamma), televisore a colori con telecomando in soggiorno, televisore più piccolo in cucina, terzo televisore in cameretta e presumo (dato che non ci sono MAI entrato, era vietato) quarto televisore in camera dei genitori. Enorme parete attrezzata a libreria ovviamente piena di libri, signora che veniva a pulire tutti i giorni e che immagino avesse anche funzioni di sorveglianza quando i genitori erano fuori.

Parquet praticamente ovunque, perennemente tirato a lucido, obbligo tassativo di levarsi le scarpe all’ ingresso (cosa che mi ha sempre creato un certo imbarazzo, dato che non è che fossi un campione di igiene personale e le mie scarpe erano armi chimiche).

La grande camera (non la classica “cameretta”) di Piero era un negozio di giocattoli. C’era veramente di tutto e dato che era praticamente recluso in casa credo che ci fosse un continuo aggiornamento del “parco giochi”, tanto che erano più quelli di cui si stancava (che spesso mi regalava) che quelli che usava davvero.

Bei pomeriggi, Piero era brillante e divertente, aveva fantasia, aveva tonnellate di fumetti (tutti ben sistemati dritti e divisi per collana e numero crescente), aveva uno o due cassetti pieni di matite colorate, penne, pastelli a cera, anche quelli in fila per tipo e scala cromatica. Ci andavo d’accordo, perchè anche se non ai suoi livelli e con le sue “possibilità” ero (e sono) un tipo abbastanza ordinato e soprattutto mi facevo (e mi faccio) parecchio i cazzi miei. Non toccavo, non disordinavo, se si faceva un disegno insieme ok, ma da solo non spostavo niente. Nemmeno un colore.

Piero aveva anche altre cose, soldatini, i primi giochi elettronici, armi giocattolo, una chitarra ed un organo elettrico Bontempi a doppia tastiera (in soggiorno c’era un pianoforte a mezza coda, penso che lo usasse per le lezioni col Maestro ma altrimenti era intoccabile). Aveva tutto quello che un ragazzino fra gli 11 e i 13 anni poteva desiderare all’ epoca ed anche qualcosa in più.

Solo, ogni tanto si “spegneva”.

Qualsiasi cosa stessimo facendo, di punto in bianco si assentava completamente, fermo e zitto, per poi tornare sulla terra in un tempo variabile fra i 5 e i 40 secondi. Il record fu di un minuto e venti (avevo un orologio col cronometro e non perdevo occasione per usarlo) quando rimasi lì ad aspettare che lanciasse i dadi in una partita a Monopoli (dove peraltro mi stava stracciando).

Succedeva anche in classe, ma nessuno sembrava accorgersene, io stesso ci feci caso solo dopo che l’avevo visto succedere in casa.

Non ci volle molto per conoscere meglio anche i genitori, all’inizio avevano solo voluto sapere dove abitavo, di chi fossi figlio, ed il numero di telefono (ma che io sappia non chiamarono mai a casa mia): poi cominciammo a vederci più spesso e capitava che rientrassero verso le sei del pomeriggio, fermandosi un po’ a parlare con noi.

Per quella che poteva essere la mia sensibilità del tempo capii subito che qualcosa non andava: Piero quando c’erano i genitori diventava un’ ombra. Sembrava infastidito, a volte impaurito, comunque non contento. Normalmente faceva battute divertenti ma in loro presenza quasi non parlava e anche loro non si allontanavano molto dalle frasi di circostanza.

Il padre parlava veramente lo stretto indispensabile e poi si “ritirava” in una delle stanze a noi “vietate” (credo fosse il suo rifugio personale), la madre era un pelo più loquace, ma cascasse il mondo alle sette meno cinque mi accompagnava alla porta, che “Piero adesso è stanco, deve prendere la medicina, e poi è quasi ora di cena“.

Successero molte altre cose, passammo molto altro tempo insieme e continuammo a vederci anche quando la vita e la scuola ci portarono per strade diverse. Non eravamo propriamente “i migliori amici” (ognuno poi aveva i suoi) ma eravamo una buona approssimazione.

Crescendo, capendo sempre di più e “maturando” giunsi alla conclusione che Piero era una vittima consapevole e condiscendente dei suoi genitori. In età adulta, il suo comportamento e la sua vita non erano cambiati di una virgola, pur adattandosi alle circostanze. Una volta diplomato trovò un posto come contabile in una grande azienda, lì entrò e lì rimase, almeno fino a quando i suoi sempre crescenti problemi di salute glielo permisero. Capitava di vederci, ma sempre il sabato o la domenica (quando non lavorava) e sempre di giorno: ogni volta, alle sette meno cinque sembrava ripetersi il rituale di quando eravamo bambini. Qualsiasi cosa stessimo facendo (anche delle sane risate), risaliva sulla sua Yaris (cambio automatico, contrassegno invalidi) e spariva verso casa, dove presumibilmente i suoi lo attendevano per la “medicina” e per la cena.

Che io sappia, Piero non ha mai avuto una ragazza. Qualche volta, affidandosi alle mie conoscenze informatiche mi ha chiesto di “indagare” su alcune donne, da un punto di vista “social” si intende, ma di rapporti sentimentali non ho notizia.

Ci siamo persi un po’ di vista negli anni ’10, poi sono stato presente ai funerali del padre, nel 2015. Piero era ovviamente distrutto. In parte per l’evento in se’, in parte per il fatto che ora era solo, con un fisico ancora più minato e doveva farsi carico della madre, messa ormai abbastanza male anche lei.

Se da una parte le ottime condizioni economiche continuavano a favorirlo (potevano disporre di un piccolo esercito di “assistenti” per tutto ciò di cui avevano bisogno e il loro appartamento era attrezzato come una clinica), il suo morale era ai minimi storici. Non so se fosse depressione (ne avrebbe avuto ben donde), sta di fatto che da lì in avanti non ha più lavorato e non è praticamente più uscito di casa.

Come sempre succede dopo questi eventi, abbiamo ripreso i contatti ed ho cercato di fare le cose che sapevo gli facevano piacere: per dirne una, gli ho installato e configurato sul PC di casa un emulatore di giochi “arcade” anni ’80 e l’ ho praticamente seppellito con le “ROM” necessarie a giocare con tutti i titoli che ci erano sempre piaciuti. Poi (solo per lui) mi sono procurato una Playstation e abbiamo cominciato a giocare online infinite partite di “Call Of Duty” ed altri titoli multiplayer. Il tutto rigorosamente di giorno (per me orario di lavoro, ma un’oretta abbondante me la sono sempre ritagliata) perchè alle sette, anche ormai cinquantenne, Piero semplicemente “spariva”. Era sempre l’ora della “medicina”, ma adesso era più la medicina della madre che la sua.

Arriviamo così ai giorni nostri, un paio di anni fa in pieno “lockdown”. Un suo messaggio WhatsApp mi dà la notizia che la madre non c’è più. Semplicemente, così: “Ciao Alberto, Mamma non ce l’ ha fatta. Questa mattina non si è svegliata. Chiamami quando puoi“.

Quando l’ho chiamato era calmo, lucido e particolarmente attivo. Alla mia ovvia richiesta mi fa: “Tranquillo, abbiamo già organizzato tutto, il funerale è dopodomani alla chiesa qua dietro. Per adesso non serve niente, grazie, se vuoi venire mi fa piacere ma io non ci sarò. Mamma era positiva, io ho fatto il tampone e sono positivo anche io, quindi sono confinato a casa. Quelli dell’ agenzia hanno organizzato, vi seguo da casa in videoconferenza. Poi passa qua, non esco ma ci facciamo due chiacchiere dalla finestra“.

La mia testa è andata in ebollizione. Chi mi conosce anche solo un po’ capirà perchè. Mi sembrava un abominio, se io fossi stato al posto suo mi sarei fatto arrestare pur di stare vicino a mia madre fino alla fine, ma non era il caso di mettersi a discutere, quindi sono andato, ho partecipato alla triste cerimonia (resa ancora più triste da un deficiente – poveraccio, faceva il suo lavoro – in guanti e mascherina che riprendeva e mandava tutto in rete con un tablet) e poi mi sono precipitato a casa di Piero.

Sotto quella finestra eravamo parecchi (aveva comunque i suoi amici, i suoi ex-colleghi e i pochi parenti rimasti), ma io ero l’unico che – contravvenendo “una tantum” ad una delle mie necessariamente imposte regole di vita – aveva un tasso alcolico da ritiro della patente. Ed avevo con me una mezza bottiglia di ottima grappa che ho continuato a versare generosamente nei caffè da asporto che ho diviso con lui. Credo cinque caffè a testa, bicchierino pieno, più grappa che caffè. Sapevo che l’avrei pagata cara, ma in quel momento non avevo altre idee. Poi è finita là. No, non ci sono ricascato.

E sotto quella finestra (non so se me ne sono accorto solo io) ho visto un Piero diverso. O meglio, ho rivisto il Piero che quarant’ anni prima in camera sua rideva, scherzava, diceva cazzate, disegnava, giocava e mi spaccava il culo a Monopoli. In un momento di sorprendente lucidità mi è venuto in mente Kevin Spacey nel finale de “I Soliti Sospetti”.

Siamo rimasti a chiacchierare un po’, poi si è fatta l’ora di andare. Saluti, solite promesse di rivederci. Mentre mi incammino per uscire dal condominio sento un fischio. Lo stesso che facevo io quando arrivavo sotto casa sua per farmi aprire senza usare il citofono. “Albè, ce l’hai ancora la Play” ? E io: “Si, ce l’ho“. “Domani verso le cinque te la fai una partitina” ?

E “partitina” è stata. Potevo dire di no ?

Iniziata alla cinque in punto, verso le sette stavo preparandomi alla consueta interruzione, completamente rincoglionito dal gioco e dai postumi della grappa del giorno precedente…

… e invece no. Stavolta Piero non ha abbandonato, è andato ben oltre l’ ora della “medicina”, abbiamo chiuso alle nove, quando mia moglie mi dava già per disperso.

Ad oggi so che Piero si vede regolarmente con una delle infermiere che frequentavano casa sua, so che non “posta” niente su FaceBook da due anni, so che ha cambiato macchina (mi ci è venuto a trovare, un coupè BMW, sempre con permesso invalidi, ma cambio manuale). Non abbiamo più giocato online…

Credo che Piero sia guarito.

I REFERENDUMI (SI LO SO, “REFERENDUM” AL PLURALE RESTA INVARIABILE E AL LIMITE SAREBBE “REFERENDA”, MA MI PIACE COSI’ QUINDI STICAZZI).

Bene, il 12 di giugno prossimo venturo il Popolo italiano è dunque richiamato alle urne. In alcuni casi si tratta di elezioni amministrative, ma a livello nazionale ci troviamo anche questi bei 5 quesiti referendari (in origine erano sei, ma uno l’ hanno steccato in Consulta, quindi picche).

A me i referendumi piacciono parecchio, mi piacciono sempre per principio, poi se ci sono di mezzo i Radicali mi piacciono ancora di più. Mi piacciono quando sono “abrogativi“, perchè almeno nell’ intenzione sono volti ad eliminare, cancellare, distruggere parole, righe o interi periodi da quello che è il nostro “moloch” legislativo… talmente enorme e tentacolare che più tagli meglio è. E’ vero pure che così facendo poi qualcuno dice che si “è creato un vuoto normativo” e si precipita a riempirlo ributtandoci dentro almeno il doppio delle parole che c’erano prima, però fermiamoci al primo step.

Quelli che arrivano riguardano la “giustizia” (il che è un bene):

Il testo completo dei quesiti, nudo e crudo, si legge qua. Come per ogni quesito referendario che si rispetti, ce ne fosse uno che si capisce un cazzo, quindi leggerli è fondamentalmente inutile.

In sintesi, i primi due riguardano più o meno i cazzi di tutti e gli altri tre vanno a creare un po’ di scompiglio nell’ ordine costituito e sinora intoccabile del CSM. Quindi riguardano prima di tutto i giudici e poi (a seconda delle conseguenze) un po’ tutti quelli che per un motivo o per un altro si trovano ad averci a che fare.

Se volete la mia opinione, per me sono tutti e cinque dei chiari e sonori “SI“.

Brevemente perchè:

  1. il primo in pratica abroga la legge Severino, il che è giusto. Tanto l’avevano fatta solo per rompere il cazzo a Berlusconi, adesso Berlusconi è fuori dalle palle, un altro come lui non esisterà mai, quindi tanto vale toglierci dai coglioni anche la Severino.
  2. Il secondo limita (anche se di poco) l’ applicabilità delle misure cautelari preventive. (Custodia in carcere e roba così fino al processo – sempre in soldoni, naturalmente). Dato che se ne fa un discreto abuso, credo che si possa tranquillamente metterci un freno, male non farà. Per me uno è sempre innocente fino a prova di colpevolezza e di spazio in galera ce n’è sempre troppo poco. Quindi limitiamo.
  3. Il terzo (il più complesso) affronta l’annosa questione della “separazione delle carriere” e secondo me è talmente evidente che la magistratura inquirente e quella giudicante non possano e non debbano mischiarsi che non capisco perchè ancora non ci abbiano dato un taglio serio. In un mondo perfetto la possibilità di passaggio da una sedia all’ altra non sarebbe un problema, ma da noi con i tempi che abbiamo, a mio modo di vedere c’è il rischio che un Pubblico Ministero si trovi dopo anni a giudicare in un processo iniziato da lui come accusa. E ciò non è buono. Quindi SI pieno anche qui.
  4. Quarto e quinto insieme vanno a rompere i coglioni al modo in cui vengono eletti i componenti del CSM ed ai poteri che questi hanno nel “giudicare” l’ operato dei loro simili. Pure qui, molto sinteticamente, trattandosi di un enorme mare di merda stagnante se ci si dà una rimestata male non farà.

Capisco che non è un’ analisi giuridica approfondita e sono certo che contro questi miei sintetici ed affrettati argomenti si possa senz’ altro obiettare in modo articolato e competente, ma teniamo a mente due cose (altro elenco numerato):

  1. Io dico come la penso e dico quello che faccio io, mai e poi mai chiederei a qualcuno di fare lo stesso se non è convinto per cazzi suoi;
  2. Per quanto mi riguarda, ho ragione nel 97% dei casi e me ne fotto del rimanente 4%.

Ho detto che me ne fotto ! 😀

Quei bastardi bugiardi del meteo

Ogni anno la stessa storia… Quest’anno è già cominciata la solfa…

Avevano detto che ci sarebbe stato un caldo anomalo per una settimana. Cioè il caldo sarebbe dovuto smettere domenica 22 maggio. Pochi giorni dopo rettificano: no, durerà fino lunedì 23, e il picco ci sarà nel weekend. Anche perché da lunedì delle piogge avrebbero riabbassato le temperatura…

Non è stato così. Il caldo non è passato. Anzi, è peggiorato. Per avere un lieve miglioramento abbiamo dovuto attendere un’altra settimana.

Ci trattano come bambini. Ci dicono menzogne per tranquillizzarci.

Non li sopporto. Detesto essere preso palesemente per il culo.

Mi fa incazzare che la gente non si incazzi per le cose per le quali mi incazzo io.

PUO’ PIACERE O NO…

…ma io non riesco ancora oggi a non ridere come uno scemo quando la sento. Questa prima versione è fondamentale per l’ accompagnamento coi “cartelli” che dà il senso della cosa:

Ma una volta capito il senso, va ascoltata la versione da studio, che risulta molto più sofisticata. Il momento topico di questa è alla terza strofa quando dopo “Cippe e Cioppe” arriva puntuale il “WUUAH”, però con voce da scoiattolo tipo Chipmunks:

…e l’ espressione “momento topico” porta inevitabilmente a quest’ altro pezzo (anche qui in versione “studio” ma su YouTube si trovano tutte le sue evoluzioni fino al 2021). Da sentire fino alla fine, ne vale la pena.

Dai, fatevela ‘na risata ! 😀

SPARATORIE E TRAGEDIE ANNUCIATE, E NOI SPARIAMO SEMPRE E SOLO CAZZATE.

Di tanto in tanto accade che negli Stati Uniti a qualcuno parta la brocca e faccia una strage. Questo è un fatto.

Poi – a seguire – sistematicamente qualcun altro si indigna e comincia a lanciare invettive non contro le malattie mentali degli “sbroccati” killer (per le quali qualcuno forse sarebbe costretto ad assumersi qualche responsabilità), bensì molto più agevolmente contro i mezzi che vengono usati (tipicamente armi da fuoco più o meno micidiali).

Finchè succede lì, è una storia. Riprendo il discorso più avanti. Il problema è quando dopo che in America si sono ammazzati, i benpensanti si mettono a rompere il coglioni pure qui.

E quante armi ci sono in Italia, e quante tragedie succedono in Italia, e quanto è facile procurarsi legalmente un’ arma in Italia, e “vogliamo forse ridurci come gli americani, vogliamo forse il far west” ? Certo che no, accidenti, ci vuole una “stretta sulle armi anche da noi” !!!

Io la stretta ve la darei in testa. A parte l’orribile abitudine di sciacallare sulle disgrazie altrui, ma voi giornalisti, politici ed opinionisti dei miei stivali, non avete già abbastanza cazzi di cui parlare ed altre cose su cui speculare ? Perchè il rischio è che (per motivi politici, ovviamente) qualcuno alla fine vi dia pure retta… e proprio non ne abbiamo bisogno, grazie.

Non c’è bisogno per una serie di motivi, che vado brevemente ad elencare a titolo esemplificativo ma non esaustivo:

  1. In Italia non si spara. A livello globale l’Italia è oggi uno dei paesi col più basso tasso di morti per colpi d’arma da fuoco. Fatta eccezione per i malviventi abituali, di solito qui se uno perde la testa e si mette a sparare lo fa verso se’ stesso e si toglie dal mondo. Eccezioni ce ne sono, ma sono rare.
  2. L’ Italia, pur contando un notevole numero di armi “private” (in possesso di comuni cittadini), rimane una delle nazioni dove la regolamentazione è fra le più sagge ed equilibrate. E’ vero che è relativamente facile acquistare un’ arma, ma state tranquilli che dal momento esatto in cui lo fate (anche da prima) sarete sempre attentamente osservati. Sempre. Chi ha un porto d’armi lo sa: basta una querela per lesioni o violenza privata – anche falsa e comunque ancor prima del processo – ed il vostro amato Commissariato di zona vi fa una telefonatina e vi chiede cortesemente di riconsegnare tutte le armi in vostro possesso o di venderle immediatamente a qualcuno (questo se sono gentili ed in vena di consigli). Il tutto senza appello. Se non gliele portate se le vengono a prendere loro a domicilio, gratis.
  3. E poi c’è sempre il solito vecchio discorso che tanto puoi regolamentare e restringere quanto vuoi, ma tanto chi non deve averle le avrà sempre. E questo è un fatto.

E allora, cari i miei Michael Moore de noantri, per favore, fateve li cazzi vostri che qua abbiamo già abbastanza stronzate nostrane a cui pensare, non serve importarne altre. Questo per quanto attiene le reazioni nel nostro Bel Paese.

Torniamo ora al fatto in se’. Negli Stati Uniti la questione delle armi è completamente differente. E’ una cosa grossa, una di quelle capaci di spostare gli equilibri della politica. Esistono potentissime “lobbies” sia pro che contro e come regola generale i “Rep” sono a favore, i “Dem” contro (“e grazie al cazzo“, direte voi ma vabbè, era per introdurre l’argomento).

Lasciando perdere le grandi città (che seguono dinamiche a parte) la stragrande maggioranza della popolazione americana vive in spazi molto ampi, non c’è paragone con la nostra densità abitativa. Se prendi un americano di una cittadina di provincia dello Utah e lo metti a BorgoTreCase, gli sembrerà di essere a Tokyo tanta è la gente che si trova vicina suo malgrado.

Il loro rapporto con le armi è quindi sociologicamente, culturalmente e necessariamente diverso e non può essere osservato con i nostri occhi. E’ un’ altra cosa. Un altro contesto. Altri cazzi. Altro motivo per cui noi è inutile che ne parliamo qua. Qua è qua, là è là.

Poi, in America come in ogni parte del Mondo ogni tanto c’è quello che “sbrocca”. Se uno sbrocca in Congo, userà un machete, se uno sbrocca in Italia userà un coltello da cucina o un martello, se uno sbrocca in America usa un AR-16. Punto. Che c’è da capire, e soprattutto che c’è da pontificare ? Tanto qui non le venderanno mai al supermercato ai maggiorenni incensurati, tranquilli. Non può accadere e basta. Qui al massimo ti vendono la pistola o la carabina ad aria compressa depotenziate, e comunque il fatto viene segnalato alla Questura (sì, viene segnalato dal rivenditore con apposito modulo riportante i dati dell’ arma ed i dati vostri. Nessuna autorizzazione o nulla osta necessari, ma la comunicazione viene fatta) Pertanto di che vi preoccupate ? State sereni.

Personalmente ogni volta che succede una cosa come quella di Uvalde, TX, mi viene automatico notare come questi avvenimenti escano fuori sempre quando i sondaggi danno in calo la popolarità dei Democrats, ma questo è pensar male, lo riconosco, però dovevo dirlo.

E poi resto basito da una cosa: sempre a dire che “siamo controllati“, che la privacy non esiste, che il Grande Fratello non fa che spulciare instancabilmente e istantaneamente con sempre più sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale ogni singola puttanata passi sui Social e sulla Rete in genere, che Google ci conta anche i peli del culo dal satellite e poi ?

Poi apprendo che il simpatico burlone ispano-americano che ha stecchito più di venti persone in quella scuola aveva annunciato con un certo anticipo sul suo profilo ufficiale FaceBook l’intenzione di sparare alla nonna. Poi ha sparato in faccia alla nonna (che non si sa come è sopravvissuta), si è rimesso su FaceBook e ha scritto “OK, ho appena sparato a mia nonna. Adesso mi metto in macchina, me ne vado alla mia vecchia scuola e faccio una strage“. E poi si è messo in macchina, eccetera eccetera (non si può dire non sia stato coerente). E ‘sto Grande Fratello dove cazzo stava ? In pausa pranzo ?

Mah.

Comunque in America, cazzi loro. Qua, per favore, non rompete le palle. Grazie.