HO APPENA CAPPELLATO QUALCOSA.

E sto per cappellarne un’ altra.

Allora, la cappella in corso è proprio l’atto di scrivere questo post – di per se’ inutile – in una giornata dove grazie a tutti voi credo che abbiamo battuto il record di pubblicazioni quotidiane di tutti i tempi. Ciò non è corretto, mi scuso ma procedo.

Poi. Ho detto in varie occasioni che prima o poi avrei raccontato cosa faccio per vivere (la mia presenza in rete, abbastanza assidua in fasce orarie che normalmente sono dedite al lavoro e completamente assente in quelli che di regola sono momenti di tempo libero potrebbe far pensare che sia un parastatale, vi assicuro che così non è. Non un Euro pubblico è speso per tenermi su internet), e sicuramente lo farò, ma non oggi.

Ai fini del post rileva il fatto che parte della mia attività lavorativa comporti uno stretto contatto con l’ informatica (un tempo molto di più, adesso diciamo un 30%). Sta di fatto che ho appena infranto quella che ho sempre considerato la “Prima Legge dell’ Informatica“, e precisamente:

SI FUNZIONA NUN JE CACA’ ER CAZZO (“se funziona, lascialo in pace“)

Dopo aver passato la mattina di oggi a sbrigare pratiche “in esterna” e aver avuto a che fare con personaggi in buona parte sgradevoli, il tutto avvolto da una discreta cappa di calore che mi ha abbastanza sfinito fisicamente, dopo aver dedicato il doveroso tempo a leggere e commentare i vostri (invece gradevolissimi) post, mi sono avventurato (cosa che non facevo da un po’) nel pannello di amministrazione del Blog per vedere di risistemare un po’ di cose.

Non l’avessi mai fatto.

Tutto cambiato, tutto volendo più “intuitivo”, ma un bordello che la metà basta. Ho cercato di risistemare un po’ i “widgets” della barra laterale ed ho ottenuto solo un cazzo di casino ed un’ altra barra a destra completamente vuota che mi restringe lo spazio per i post.

Vista l’ora ed il livello di cottura mentale della giornata, non mancherò quindi di applicare la “Seconda Legge dell’ Informatica“, cioè:

SI FUNZIONA ANCORA (MARGRADO TE), FERMETE E LASSA PERDE (“se nonostante il tuo improvvido intervento, pur menomato funziona ancora, non insistere“).

Perchè il “Vero Informatico” sa bene che se ha avuto la botta di culo di non mandare tutto completamente in vacca al primo tentativo deve resistere alla tentazione – per quanto forte – di ripristinare lo stato precedente. Astenersi da ogni ulteriore intervento, fermarsi, mettere un punto, documentarsi meglio, aggiornarsi e quando pensa di poterci rimettere le mani perchè crede di aver capito dove è nato il problema farsi i cazzi suoi un’ altra volta e pensarci su qualche altro giorno. Quest’ ultima parte è appannaggio solo dei “Veri Veri Informatici“. Poi c’è anche il seguito, ma quello è per i Maestri. E siccome io sono un Maestro, mi sa che prima che vediate qualche modifica alla struttura di questo Blog passerà parecchio tempo. 😀

L’ occasione mi è gradita (oltre che per rinnovare i mai sufficienti ringraziamenti) per augurare a tutti voi un ottimo fine settimana. Esco dal pannello di controllo e torno alla modalità utente normale.

Poi ci si pensa.

LA RECENSIONE ANTICIPATA

di Fabio Santa Maria

Quando trovo un libro che mi piace davvero, che mi prende sin dalle prime righe, un libro che gusterò parola per parola in tutte le sue sfumature, allora non resisto. Anzi non esisto, non ci sono più per nessuno. Le mie fantasie, la mia attenzione, la mia concentrazione, anche se non sto leggendo, restano lì, su quelle pagine. Quindi, quando qualcuno mi incontra per strada, sembro sempre un po’ squinternato, ma fa niente, me la cavo lo stesso, chi mi legge ora sa che sto pensando a quel libro.

In questo caso, poi, si tratta di un autore che non avevo mai incontrato prima, il che moltiplica il piacere, mi fa toccare le mille opportunità che si srotolano promettenti, visto che, quando l’avrò terminato, ne potrò cercare subito un altro.
Dicevo che non resisto e quindi, proprio ora, prendo al volo il graditissimo invito di FUGA DA POLIS e mi invento questa cosa della recensione anticipata, ovvero una recensione che non si scrive dopo aver letto tutto il libro, ma giusto dopo qualche pagina, perché ti ha preso così tanto che, appunto, non resisti.

Per la precisione sono arrivato a pagina 40 e non si capisce se questa cosa dell’Uomo Capra è una leggenda montata ad arte per spaventare i ragazzini o per qualche altra strana ragione, oppure se è vera perché, in effetti, a Roby e Tom, fratellino e sorellina, pare proprio di vederlo nel bosco, questo mostro assassino con le corna.
Siamo in piena depressione, negli anni trenta, nel Texas, e quando il loro cane Toby si rompe la schiena, il padre incarica i due ragazzini di porre fine alle sue sofferenze con un colpo di fucile. Sì, a quei tempi usava così! Ma è difficile, non se la sentono e poi Toby, anche se è mezzo paralizzato, sembra ancora in forma. Nel bosco, oltre all’Uomo Capra, trovano anche il cadavere sventrato di una donna di colore e quindi l’atmosfera noir si fa sempre più ombrosa. Tom e Roby si perdono nel bosco, si sentono inseguiti, devono guadare un fiume, attraversare un ponte che sta per crollare mentre trasportano il cane con una carriola e un fucile. C’è da dire che il padre è anche il barbiere del paese, un noto antirazzista che non sopporta il clima texano dell’epoca. Quando viene a sapere del cadavere decide quindi di indagare.

Sì, tutto questo in sole 40 delle 310 pagine di In fondo alla palude di Joe R. Lansadale. E naturalmente non mi dilungo sulla strabiliante capacità di entrare nei particolari, nel descrivere il bosco, nel descrivere l’atmosfera del paesino texano, con il negozio di barbiere e i vari avventori che si fermano per passare il tempo, Senza contare i ragionamenti lucidi di Roby che cerca di tranquillizzare la sorellina, nonostante sia terrorizzato dalla presenza dell’Uomo Capra. Ritrovo Twain con i suoi intramontabili Tom Sawier e Huckleberry Finn, ma anche sfumature di Steinbeck quando racconta dei felici ubriaconi di Pian della Tortilla.

Poi leggo il risvolto e scopro che Joe R. Lansdale, è un pezzo grosso della narrativa americana che mi era proprio sfuggito, autore di noir, horror e western, venti romanzi e duecento racconti. Con questo libro ha vinto il premio Edgar, ma si è aggiudicato anche l’American Mistery Award e il Bram Stoker Award per ben sei volte. Ma il fatto più intrigante lo scopro su wikipedia dove leggo della sua smisurata passione per i fumetti, i b-movie e la letteratura pulp, un retroterra che si nota piacevolmente in queste 40 pagine appena lette. Non male e, in effetti, se prosegue così anche per le prossime 250, potrebbe ambire all’Olimpo de* mie* autor* preferiti.

E poi, ovvio, al cane non gli sparano! Lo riportano a casa e anche il padre deve convenire che, in effetti, riesce a muovere la coda e, un pochino, anche le zampe, quindi forse potrà riprendersi. Ovvio perché, in caso contrario, il libro l’avrei abbandonato dopo neppure dieci pagine!

In fondo alla palude di Joe R. Lansadle Fanucci Editore Pag 310 Euro 13

E intanto io sfrutto, lo spazio.

Visto che mi è stata data la possibilità di scrivere anche qui, la sfrutto, o meglio la utilizzo. Grazie ancora fugadapolis che da cosa vedo nei commenti sei “Albé”, ma dato che non ti conosco per me sei Fugadapolis.

Vincere comporta una cosa soltanto: saper perdere e in questo sono stata a lungo una campionessa a livello mondiale. Le volte in cui sono stata mal giudicata, e a tratti disprezzata, mi hanno posta nel girone dei “perdenti.” Le porte in faccia fanno male, le parole taglienti incidono la pelle, le prese per il culo ammutoluscono l’anima, e questo perché purtroppo c’è tanta miseria umana in giro.

Dal canto mio ho potuto soltanto soffrire in silenzio, a tratti ho anche pagniucolato perché il troppo va in qualche modo smaltito, poi mi sono detta :”tempo al tempo”, le cose troveranno il loro spazio.”

Da perdente a vincente, il passaggio è stato lento, ci sono voluti sei anni per far capire chi sono, cosa faccio e soprattutto perché sono scarsamente incline a spiegare il mio modo di fare arte. Sono arrivata al punto che non dico più nulla, faccio le mie cose, le tengo strette dentro un campo visivo aperto a pochi, non mi curo di cosa si dice, non mi interessano i pareri altrui. Ai tempi spiegavo tutto, ogni passaggio creativo per me era fonte di entusiasmo espresso, poi ho capito che quel mio modo di fare entusiasta e genuino era soltanto carne da vetrina pronta per essere tritata.

Sono diventata anche scarsamente incline ad accettare complimenti gratuiti, non sono mai sinceri, mai naturali, sono parole messe lì da chi avverte la necessità di vestire i panni dell’intenditore. Per intendere me ci vanno anni di conoscenza coltivata con assiduità e tanta pazienza, me ne rendo conto, ecco perché non credo alle parole di chi non sa nulla di me ma pensa di sapere. Tu sai quello che io voglio che tu sappia, né più né meno come quello che fanno tutti quando decidono di aprirsi al mondo.

C’è fuffa tanta fuffa in giro, ma ho una bocca cucita che non dice mai niente, penso sempre che le persone siano libere di sfigurare come meglio credono.

Oggi?

Faccio cosa voglio, penso meno, condivido se mi va, e mi godo il piacere di stare dove credo sia giusto per me. Mi è salutare ritagliare spazi, un tempo li ricamavo oggi li strappo.

Propongo l’insalata da salotto, i fiori devono stare in natura. Dato che prediligo quelli secchi che non ho (quest’anno non ho avuto tempo per farne di carini), vada per l’insalata fresca. Il brano di Manson sposa l’arredo.

Piccola annotazione

Oggi, dopo attenta analisi della situazione, mondiale, territoriale, nonché familiare e personale, sento salire dal profondo un immenso vaffanculo e ciao a tutti. Naturalmente questo pensiero verrà prontamente represso in fase di elaborazione vocale per trovare spazio solo qui, in forma scritta, piacevolmente elaborata e digerita.