E ALLORA DITELO.

Viste le premesse, non è che ci sperassi molto.

Ma come anticipato, profondamente convinto del mio intimo sentire, ieri nel primo pomeriggio ho preso la mia bella tessera elettorale e mi sono recato al seggio.

Ho parcheggiato comodamente fuori dalla scuola (la strada era vuota), ho salutato amabilmente i due Carabinieri all’ ingresso, sono entrato in aula e sono stato accolto da un calorosissimo e corale “bònasera”.

Con mia enorme soddisfazione (unica nota positiva oltre alla cordialità dei presenti, evidentemente felici di fare qualcosa visto che per tutta la mattina non avevano chiaramente fatto un cazzo) ho notato una totale carenza di mascherine, gel, guantini e strumenti fetish vari. Il “fortemente raccomandato” non se l’è cagato nessuno, e per questo ho intimamente goduto.

Nel giro di quattro minuti quattro ero fuori dal seggio, missione compiuta. Cinque “SI” senza manco controllare.

(Appunto per Coulelavie: si, l’ho fatto. Avevo con me una Staedtler di quelle bicolore: metà gomma rosso mattone e metà abrasiva blu, quella da penna. La parte di gomma non ha sortito effetto se non quello di allargare il tratto di matita effetto “blur”, quella abrasiva se avessi insistito avrebbe cancellato sicuramente il tratto, ma avrebbe scolorito se non bucato la carta. Così funzionerebbe pure con la penna, ma si vede. Probabilmente quella scheda la butteranno come “manomessa”, ma ne è valsa la pena).

Bene. Oggi posso ufficialmente dire che andare a votare non è servito a un cazzo. Ringrazio tutti quelli che hanno ritenuto di non partecipare (ognuno con i suoi motivi, per carità, non sto a sindacare) ma soprattutto ringrazio il sistema che ha fatto in modo di organizzare un referendum in una domenica di giugno da costume ed infradito, senza un minimo di informazione o di “endorsement” (se non negativi, come quello del nostro beneamato Presidente Mattarella che proprio ora ha tenuto a puntualizzare come il voto sia “un diritto ma non un dovere”), nel fine settimana dove solo a Roma abbiamo avuto un doppio concerto di Vasco, un GayPride ed un raduno di auto d’ epoca, insomma… come da titolo, e allora ditelo.

Come ha notato qualcuno, grazie anche ai giornali che (con poche eccezioni) nelle settimane precedenti non hanno cagato di striscio questo tema salvo poi titolare oggi in prima pagina “FLOP DEL REFERENDUM”, o “LA LEGA SCONFITTA DAL REFERENDUM”. (Mi pare che c’erano pure i Radicali, o sbaglio ?)

Sono moderatamente incazzato, non mi esprimo a pieno per non urtare la vostra sensibilità, bestemmie ed altro me le tengo per quando sono veramente incazzato. Pensavo di incazzarmi di più, ma si vede che me l’aspettavo.

Vabbè.

ANCORA SULLA SETTIMANA ENIGMISTICA

Quando ho scoperto questo blog 2010: Fuga da Polis, il primo articolo che ho letto riguardava la Settimana Enigmistica (lo trovate qui) . Un vero sballo, perché anch’io, anni addietro, avevo scritto dei ricordi su questo mistico e psichedelico settimanale! A dire il vero, il mio progetto era quello di scrivere un pezzo per ogni gioco della S.E. per farne un libro che, poi, magari, avrei proprposto proprio alla redazione!
Sin dalle prime battute, mi accorsi che una vita non sarebbe bastata, che, per di più, sarebbe stata molto più bella e ricca una raccolta di ricordi, aneddoti, racconti e pensieri scritti da un gran numero di persone.
Così lasciai perdere… Però, dopo la lettura dell’articolo, sono andato a riesumare il disco rigido che avevo estratto dal vecchio portatile e ho ritrovato il file.

IL PRIMO RICORDO
Era, più o meno, il 1970 e io avevo, più o meno, sette anni. Eppure quel giorno lo ricordo molto bene perché acquistai per la prima volta la Settimana Enigmistica. Trascorrevo le vacanze estive in un paesino isolato in montagna e, nell’unica pensioncina dove eravamo alloggiati, c’era un signore che m’intimoriva con quella sua aria severa e seria. Lo ricordo enorme, con la barba, camicia a quadri, pantaloni alla zuava, sempre con i libri sotto un braccio e, nell’altra mano, un bastone da passeggio. Un giorno mi chiama e dice che se voglio guadagnarmi un gelato dovrò andare all’emporio e comprargli la S.E. Ovviamente non sapevo neppure cosa fosse e, quando scoprii che si trattava di giochi enigmistici, rimasi esterrefatto. Mi sembrava impossibile che un uomo di quel genere potesse giocare, addirittura comprare una rivista di giochi, trascorrere il tempo giocando. Gli adulti che giocavano era un paradosso che mi affascinò sin dall’inizio, una sorta di rebus da risolvere a tutti i costi. Dovevo imparare anch’io questa cosa dei giochi enigmistici perché se anche da adulto avrei potuto giocare, allora crescere non sarebbe stato così terribile come a quei tempi mi sembrava.

BARZELLETTE
Il primo approccio con la S.E. è certamente con le barzellette perché si tratta di barzellette speciali con tutta una loro grafica coerente nell’insieme, alla quale ti affezioni, che ti entra nell’immaginario. E poi sono tante! Il gioco è proprio questo: almeno una barzelletta per ogni pagina. Una presenza importante, quindi, dalla quale non si può prescindere. Alcune sono acute, alcune ti lasciano senza parole, alcune, almeno una per ogni numero, non riesci a capirle. E allora le condividi: “ma tu, questa, l’hai capita?”. Ed è così che scopri come, anche per gli altri, c’è n’è una, almeno una per numero, del tutto incomprensibile. Da ragazzi, quando ci passavamo la S.E. per leggere le barzellette, era tutto un discutere e ridere sul significato e l’assurdità di certe barzellette demenziali.

IL CRUCIVERBA DI COPERTINA
La S.E. la portava a casa mio papà. La appoggiava sul tavolo in corridoio insieme ai giornali il sabato mattina. Lui cominciava dalle notizie sportive per poi passare al resto e quindi la S.E. era libera e disponibile per tutta la mattina. Io e mio fratello avevamo ideato una specie di gioco: chi arrivava primo se la prendeva e poteva tenerla per tutto il tempo che desiderava. Ad un patto però: doveva risolvere il cruciverba della prima pagina. Poteva tenersi il prezioso fascicolo, ma non poteva aprirlo, sfogliarlo e gironzolare alla ricerca dei giochi preferiti. O meglio: avrebbe potuto farlo solo dopo aver completato il cruciverba di copertina.
Ricordo che quando toccava a me fremevo e faticavo a resistere cercando di concentrarmi. La S.E. praticamente intonsa mi pareva molto più pesante e, in qualche strano modo, riuscivo a sentire l’incredibile e affascinante mondo di enigmi che avevo tra le mani. Questo divertente rituale non l’ho più abbandonato e quando esce la S.E. mi piace attendere qualche minuto prima di aprirla e, rigorosamente, mai prima di aver risolto il cruciverba di copertina.

IL REBUS DELL’ULTIMA PAGINA
Avrò avuto quattordici anni ed ero in vacanza sull’Adriatico, seduto su una sdraio sulla tipica terrazza di un piccolo appartamento a schiera con vista sull’orizzonte. Sento mio fratello più grande che si esalta con frasi tipo “troppo forte! Troppo bello!”. Mi mostra il rebus dell’ultima pagina, quello in basso, e mi dice che l’ha appena risolto. Prima di spiegarmelo, però, ci tiene a sottolineare che, quelli dell’ultima pagina, sono i più difficili. Il primo, insiste, è più “tecnico” e, malgrado la complessità, se riesci a definire gli oggetti e le azioni, alla fine lo risolvi. Ma il secondo, quello in basso, è tutta un’altra storia, ci vuole creatività, fantasia, inventiva, devi ricostruire un mondo, devi supporre, devi lanciarti con coraggio.
Quel giorno, mentre mio fratello mi spiegava orgoglioso il rebus, rimasi sbalordito e folgorato perché, a me, quelle vignette “letterate”, mi erano sempre apparse inutili ed insignificanti.

PASTICCI FACILITATI
Quando compilavo le mie prime “Parole crociate facilitate”, quelle in coppia sulle prime pagine della S.E., il foglio diventava un campo di battaglia. Tra pasticci e cancellature mi capitava pure di bucare il foglio che, qualche volta, andava a rovinare il gioco dell’altra facciata. Fu così che mio papà decise di prendere provvedimenti. Mi spiegò che i cruciverba non erano soltanto una caccia all’esatta definizione, ma anche qualcosa di bello nel suo insieme. Alcune definizioni, per esempio, anche se facilissime, potevano essere poetiche, oppure originali, oppure eleganti. Anche lo schema simmetrico delle caselle nere, oppure quello libero dovevano mantenere un certo equilibrio che richiamava l’armonia. Mi propose, allora, quando scrivevo all’interno dei miei cruciverba facilitati che, per una legge non scritta di famiglia, spettavano solo a me, di utilizzare un piccolo stratagemma: le mie lettere non dovevano mai toccare le linee nere. Non aveva importanza la bella scrittura perché, se con la matita non toccavo il diagramma, lo schema sarebbe risultato comunque ordinato e piacevole alla vista.