L’angolo di Wu

Invectiva in carbonaram

Sì, certo, lo so, la pandemia non va via e c’è la guerra. Ma poiché ho rinunciato fin dall’inizio a far sentire il mio parere su questi capitali avvenimenti dell’attualità e a contribuire al chiacchiericcio globale col mio granellino di stronzate, vorrei -per quanto mi è possibile, cioè molto poco- focalizzare l’attenzione su una questione molto più seria che attanaglia il nostro paese e, direi, anche una buona parte del mondo: gli spaghetti alla carbonara.

Lo dico subito: a me la carbonara piaceva. Anzi, dirò di più: piaceva un botto. Ero di quelli che se ne mangiava tranquillamente tre etti buoni, y con mucho gusto. Ero di quelli che, in compagnia di presupposti amici, mettevo il broncio se non me ne toccava una congrua porzione. Ero di quelli che me toccava pijàmme le lezziòni de carbonara (il bello è che non mi è mai successo da parte da un romano). Ero di quelli, e non lo sono più. Ora, odio gli spaghetti alla carbonara. Non li sopporto più. Non ne voglio più sentire neanche il puzzo. Mi hanno randomizzato le gonadi. Da quando?

Da quando non passa giorno. Da quando ci sono le eccellenze. Da quando imperversano gli chef. Da quando gli spaghetti alla carbonara hanno cessato di essere un piatto di pasta alla buona e sono diventati un simbolo dell’identità nazionale. Non ho mai sopportato le identità, e men che mai quelle nazionali, ma riconosco di avere senz’altro indulto a talune di esse; ma, oramai, la carbonara è passata in mano ai talebani e, allora, ho defezionato. Defezione facilitata anche dal fatto che sono diabetico, e che non posso riempirmi di carboidrati; ma non sto a sottilizzare troppo, tenendo anche conto che, della mia salute, potrebbe non fregarglieme niente a nessuno; e lo capisco alla perfezione.

Sfogliare i giornali, a partire dalla Repubblica con l’Elmetto, è diventato un carbonara-tour. Putin? Il virologo? Zhelensky? Il GIMBE? La violenza sulle donne? Lo scudetto? Macché, notizie di secondo piano. Quotidianamente, c’è prima da sorbirsi la dose quotidiana di carbonara news. Filologia della carbonara, in primis: i soldati americani? I carbonari (non quelli del Risorgimento, quelli proprio del carbone)? La zia Pina de via der Mandrione? Il brigante Erasmo Schioppettone di Amatrice, che giustappunto fu bandito dal paese e si diede al brigantaggio perché lui il guanciale lo voleva mangiare con le uova invece che con il pomodoro e er pecorino? Fosse soltanto questo; il problema è che, oramai, i media di qualsiasi tipo sono occupati dai preparatori della carbonara autentica, dal cuoco pluristellato al ragazzotto improvvisato che fa i video, dall’intellettuale gastronomo allo YouTuber che fa vedere sdegnato come la carbonara è preparata dagli americani, dai francesi, dai tedeschi o dai coreani. Autentici anatemi contro la panna, principalmente. Guai anche a nominare la “pancetta”, specialmente affumicata o, peggio ancora, il bacon. Il bacon, tra l’altro, darebbe credito all’origine da parte dei soldati americani, e la carbonara ha da essere lazzziàle e romana, ce vole er guanciale e no er bàco. Sta nascendo il reato di lesa carbonara, che s’è -naturalmente- portato dietro anche la gricia. Gricia capta ferum victorem cepit.

Basta leggere i commenti alle migliaia e migliaia di video dove ognuno dà la sua versione della famosa carbonara autentica, che deve essere cremosa. Ora va di moda anche la risottatura. Preparare quello che, in fondo, è un troiaio a base di uova e pezzetti di grasso di maiale, è diventato una questione di vita o di morte, dove chi sgarra è punito con l’esilio, con la derisione, con la gogna più o meno virtuale, con il vade retro Satana! Penso con sudorini freddi a quando, a volte, mi facevo la carbonara con le penne rigate, cuocendo i dadini di pancetta affumicata (sic) nella birra, sbattendo le uova in un piatto e non direttamente nella padella prima di mettere a risottare la pasta, dimenticando a volte di mettere la capitale acqua di cottura e imbottendo tutto il mappazzone che ne veniva fuori di peperoncino infernale invece che della spruzzata di pepe macinato fresco. Ho rischiato seriamente la vita senza rendermene conto; eppure mi garbava lo stesso, dio carbonaro. Mi garbava anche perché ero convinto che ognuno se la potesse fare come più gli aggradava, anche con la panna, anche con la birra, anche con le cipolle, con il Gran Biraghi del Penny Market, anche con la merda. Era, nelle mie convinzioni, un piatto di libertà totale, una pastaccia da combattimento sempre buona ancorché letale, una sana botta di occlusione coronarica, uno sberleffo ai puristi. Mi sbagliavo. Hanno vinto loro. Su tutti i fronti, riuscendo a trasformare in culto patriottico e mediatico persino la pasta cacio e pepe.

E così, ora mi vado a leggere le cotidiane disquisizioni carbonàriche, in quanto gli spaghetti alla carbonara sono diventati una bandiera, e a me le bandiere stanno più indigeste dei mappazzoni che mi preparavo olim. Me le vado a leggere per alimentare il mio odio -che peraltro è un odio decisamente salutare. Stianterète voialtri e il vosto guanciale, vi porteranno in terapia intensiva con il buzzo pieno di pasta risottata e di sugo cremoso, altro che col “Covid”. Vi ci porteranno a voialtri al pari degli americani che ci mettono la panna, e dei francesi che scuociono criminalmente la pasta e ci mettono la crème fraîche nella quale navigano etti di pancetta bretone o di prosciuttino cotto dell’Auchan. Non vi serviranno a nulla la ricetta de famija, er guanciale der nonno e le uova delle galline ruspanti der Laurentino 38. Creperete risottati, ma felici d’aver fatto la vera carbonara, er simbolo di questo paese de fave lesse, il caposaldo di Repubblica fra un riarmo, un pelouche in una casa bombardata di Mariupol e le sempre meno gettonate esternazioni di Burioni, er piastriccio domenicale ma senza la panna, er vuoto a pancia piena.

Pubblicato da Riccardo Venturi 21:12:00 

FUGADAPOLIS PERSISTE NEL FARSI I CAZZI VOSTRI – BODY LANGUAGE.

Qui l’ idea me l’ ha involontariamente data Walter sul Quiz di Coulelavie (che spero non se ne abbia se ora che finalmente lo so, lo chiamo Giordano).

Walter parlava di “Pensiero Laterale” quindi non c’entra una mazza, però la parola “laterale” mi ha fatto venire in mente uno dei miei atteggiamenti tipici. Parliamo di postura, movimenti, atteggiamenti fisici, insomma “linguaggio del corpo“.

Nello specifico, quando mi interfaccio con una persona tendo naturalmente a non pormi mai in maniera frontale. Se siamo uno avanti all’ altro (altra – posso mettere fra parentesi l’ altro genere fino a consumarmi le dita ma me possino acciaccà non userò MAI un asterisco, una chiocciola, un “schweppes” o come cazzo si chiama), io sto sempre leggermente “defilato”: per capirci, i miei piedi non saranno simmetricamente equidistanti dai suoi, ma si disporranno su una linea a 45° rispetto alla sua, perno sul sinistro, il destro indietro. Se devo stringere la mano, avanzerò lo stretto necessario per farlo agevolmente, e poi la parte destra tornerà indietro a molla.

L’ origine di questa abitudine è il condizionamento dato da una tecnica difensiva leggera che “in soldoni” serve a questo: se la persona che abbiamo di fronte improvvisamente si dimostra ostile – e parliamo di tempi minimi – stando così possiamo (a seconda della cosa più opportuna da fare al momento) tirare ancora più indietro il piede destro (defilandoci completamente e togliendoci dal raggio d’azione frontale dell’ avversario) oppure avanzare con la parte destra con quel po’ di “rincorsa” necessaria a colpire efficacemente con il braccio destro (ovviamente il senso cambia se il lato dominante è il sinistro). Non sto parlando di combattimenti, sport, pugilato, arti marziali o roba da maniaci “kravmaghi” fissati. Sono solo accorgimenti prudenziali (ce ne sono parecchi) che servono a chi si trova in situazioni “ambigue”. Non sai cosa succederà, ma se succede il peggio almeno ti dai una possibilità.

Oggi come oggi a me tutto questo non serve, ma è un’ abitudine e come tale è dura a morire.

Tempo fa mi sono trovato a parlare con uno che nella vita fa il “motivatore“. Non perchè dovesse motivarmi, ma perchè dovevo motivare io lui a pagarmi una fattura. Lo scambio è stato cordiale ed educato, tanto che poi ci siamo soffermati un po’ a chiacchierare sorseggiando caffè al tavolino di un bar. E’ uscito che fra le sue tante abilità (sembra sia pure psicologo) c’ era anche quella di interpretare il “linguaggio del corpo” e dall’ alto della sua esperienza nel campo non gli erano sfuggiti alcuni miei atteggiamenti fra i quali quello descritto prima. Esperto o no, non ne immaginava la causa reale (che io mi sono guardato bene dallo spiegargli) e mi ha fornito la sua interpretazione: secondo lui il mio era un modo per “lasciare spazio” all’ interlocutore (interpreto come cosa positiva, anche se in realtà è il contrario) e mostrare una disponibilità solo parziale al dialogo. Ha concluso con “lei è un tipo che preferisce ascoltare prima e parlare dopo, vero ? Ascolta molto e parla poco“. La sua non era una domanda, come sempre quando uno è convinto delle sue idee, era un’ affermazione.

In effetti in parte ha indovinato. Quando scrivo sono capace di riempire pagine e pagine (per i motivi che già avevo esposto qui), ma in campo verbale sono veramente sintetico, peggio del nylon. E invece sono capace di ascoltare per ore un interlocutore (se dice cose per me interessanti, ovvio) perchè dalle parole degli altri c’è sempre da imparare e io ho voglia di imparare.

Ora che vi ho abbastanza gonfiato le gonadi con un altro po’ di “interessantissimi cazzi miei” ® è il momento dei vostri:

Avete mai notato, o vi hanno mai fatto notare, alcuni vostri gesti o alcune vostre posture che ricorrono frequentemente ? E nel caso vi siete mai chiesti (o vi hanno mai detto) cosa potessero significare ?