Recensione libresca: “L’uomo del labirinto” Donato Carrisi.

Un rapimento durato quindici anni, un caso ancora pieno di misteri: chi si cela dietro la maschera di “Bunny”?

Titolo: L’uomo del labirinto.

Autore: Donato Carrisi.

Genere: thriller, noir.

Pagine: 255 (formato ebook), 400 (formato cartaceo).

Dove reperirlo: app Apple Books; Google Play Libri; https://www.amazon.it; https://www.ibs.it; https://www.mondadoristore.it; https://www.lafeltrinelli.it; https://www.kobo.com; https://www.libraccio.it; https://www.giuntialpunto.it (formato ebook); https://www.amazon.it; https://www.ibs.it; https://www.mondadoristore.it; https://www.lafeltrinelli.it; https://www.libraccio.it; https://www.Ebay.it; https://www.libreriauniversitaria.it; https://www.unilibro.it (formato cartaceo) e probabilmente anche nelle biblioteche della vostra città/del vostro paese.

Una ragazza scomparsa e ritrovata.

Un uomo senza più nulla da perdere.

La caccia al mostro è iniziata.

Dentro la tua mente.

Trama: L’ondata di caldo anomala travolge ogni cosa, costringendo tutti a invertire i ritmi di vita: soltanto durante le ore di buio è possibile lavorare, muoversi, sopravvivere. Ed è proprio nel cuore della notte che Samantha riemerge dalle tenebre che l’avevano inghiottita. Tredicenne rapita e a lungo tenuta prigioniera, Sam è ora improvvisamente libera e, traumatizzata e ferita, è ricoverata in una stanza d’ospedale. Accanto a lei, il dottor Green, un profiler fuori dal comune. Green infatti non va a caccia di mostri nel mondo esterno, bensì nella mente delle vittime. Perché è dentro i ricordi di Sam che si celano gli indizi in grado di condurre alla cattura del suo carceriere: l’Uomo del Labirinto. Ma il dottor Green non è l’unico a inseguire il mostro. Là fuori c’è anche Bruno Genko, un investigatore privato con un insospettabile talento. Quello di Samantha potrebbe essere l’ultimo caso di cui Bruno si occupa, perché non gli resta molto da vivere. Anzi: il suo tempo è già scaduto, e ogni giorno che passa Bruno si domanda quale sia il senso di quella sua vita regalata, o forse soltanto presa a prestito. Ma uno scopo c’è: risolvere un ultimo mistero. La scomparsa di Samantha Andretti è un suo vecchio caso, un incarico che Bruno non ha mai portato a termine… E questa è l’occasione di rimediare. Nonostante sia trascorso tanto tempo. Perché quello che Samantha non sa è che il suo rapimento non è avvenuto pochi mesi prima, come lei crede. L’Uomo del Labirinto l’ha tenuta prigioniera per quindici lunghi anni. E ora è scomparso.

A pochi giorni dall’ultima rilettura rieccomi qui… ancora con una rilettura, 😁! Eh, sì, in questo periodo fioccano le riletture e anticipo che anche i prossimi due libri saranno delle riletture, 😉. Una di queste fatta tanti tanti anni fa, quando ero ancora bambina, ma vi spiegherò meglio quando arriverà il momento della recensione del libro,😉.

Per il momento concentriamoci sul libro appena finito e che ho scaricato in formato ebook malgrado abbia la copia cartacea tra i tanti libri che popolano la mia stanza.

Si tratta di un thriller, genere che ormai sapete bene è uno dei miei preferiti, di un autore italiano: Donato Carrisi. Solitamente leggo molto di più thriller di origine americana ma devo dire che ci sono ottimi autori anche tra gli scrittori italiani che scrivono libri di questo genere, 🙂.

Tutto parte dalla ricomparsa di Samantha “Sam” Andretti, una ragazza che, all’età di tredici anni, è stata rapita dall’Uomo del Labirinto e che è rimasta sua prigioniera per quindici anni. Sam sa di essere stata vittima di un rapimento ma non sa che la sua prigionia è durata molto più di quanto lei s’immagini. Ferita, confusa e inconsapevole del tempo passato, ora Sam è ricoverata nel reparto ustionati dell’ospedale Saint Catherine. Ed è qui in questa stanza che Sam, aiutata dal dottor Green, inizierà a rivivere attraverso i suoi ricordi la lunga prigionia nel labirinto. Nel mentre, al di fuori dell’ospedale, Bruno Genko, un investigatore privato, cerca di far luce su quanto successo in quei lunghi anni dal rapimento di Sam. Ogni indizio che possa portare a scoprire la verità è fondamentale per la buona riuscita del caso ma Genko ha poco tempo per riuscire a scoprire chi si cela dietro “Bunny”, l’uomo-coniglio con gli occhi a forma di cuore. Sarà lui il rapitore di Sam? E se sì, chi si nasconde dietro la sua maschera?

Voto alla fine della lettura del libro: 7.5.

👍 la suspence e il mistero sono ben presenti lungo buona parte del romanzo e lo rendono una lettura adatta a chi ama il thriller con sfumature di noir; l’intreccio è ben sviluppato e il colpevole non è mai quello che si pensava fino ad un attimo prima (devo dire che, prima di capire chi fosse il vero colpevole, mi sono fatta varie idee… tutte sbagliate, 😁.)

👎 il romanzo si perde un po’ nel finale, in quanto Carrisi sembra quasi aver fretta di concludere la storia e gli eventi assumono le sembianze di un treno che viaggia a folle velocità. Attenzione: spoiler! Se non avete ancora letto questo libro vi consiglio di non proseguire la lettura di queste righe. Arriviamo alla fine in cui si scopre che “Samantha Andretti” è in realtà la poliziotta Mila Vasquez, prigioniera da quasi un anno del fantomatico dottor Green che la tiene sotto farmaci, facendole credere di essere una persona che non è, mentre la vera Samantha Andretti è in un ospedale in uno stato catatonico. E fin qui tutto chiaro come è chiaro che “Bunny” è l’uomo con la maschera di coniglio che teneva prigioniera la vera Samantha. La mia domanda a cui non riesco a dare una risposta è: siccome si sa che Robin Sullivan alias Peter Forman alias “Bunny” è il rapitore di Sam, chi caspiterina è il finto “Dottor Green” e che ruolo ha in questa storia? È un emulatore dell’Uomo del Labirinto? Boh, questo dettaglio che non spiega niente su questo personaggio mi ha lasciata un tantino perplessa e con la sensazione di come qualcosa d’incompiuto nella storia.

E voi avete già letto “L’uomo del labirinto” di Donato Carrisi? Vi è già capitato di trovarvi alla fine della lettura di un libro e sentire che manca qualcosa che non è stato spiegato sino in fondo?

Aspetto i vostri commenti. 🙂.

IL LAVORO DIPENDENTE, OGGI. – TERZO PIPPONE

Come promesso, scrivo questo e poi mi taccio (“Tacci tua, era ora“).

Dopo aver detto la mia sul concetto di “impresa” e quello di “imprenditore”, mi lancio in alcune considerazioni sui lavoratori “dipendenti”. Non ho una enorme esperienza in questo campo, devo precisarlo. Un totale di sette anni scarsi e comunque passati nella pubblica amministrazione, quindi abbastanza fuori dal contesto che stiamo analizzando. Poi qualcosina nel privato ma tutta roba senza contratto (non di quelle che ci apri un mutuo, per capirci). Ho invece avuto dei dipendenti e tutto quello che so viene fondamentalmente da lì.

Se devo pensare all’ aggettivo più adatto al lavoratore dipendente odierno, questo è a mio avviso “demotivato“. Se non ci nasce, prima o poi lo diventa. Vedremo poi perchè, ma iniziamo dal principio: perchè uno fa il dipendente ? Fondamentalmente perchè deve. Più o meno tutti dobbiamo mangiare, magari tre volte al giorno, e arriva un momento nel quale oltre a noi deve mangiare anche qualcuno che ci è caro. Serve una casa, serve una macchina, arrivano i figli, insomma servono i quattrini. Pochi, tanti, quello dipende. Ma servono. Di solito fare rapine non è un’ opzione contemplata, quindi si fa la cosa che da sempre ci hanno detto essere quella giusta: ci si trova un lavoro. Le opzioni sono infinite, ma qui ci concentriamo sul lavoro dipendente nel settore privato.

La stessa ricerca del lavoro è per i più un’ operazione frustrante: forse negli anni ’50 era più semplice, a seconda di quello che avevi studiato ti andavi ad inserire in un contesto. Il ragioniere faceva il ragioniere, il geometra il geometra, il tecnico faceva il tecnico, chi aveva la terza media o meno faceva l’operaio (sono macrocategorie, eh ? Non mi fate passare per classista che non lo sono) e via così. I laureati in genere bussavano alle porte dei concorsi pubblici dove la laurea era richiesta (uscendo quindi dal nostro contesto) oppure facevano i “professionisti” (uscendone anche in questo caso).

Al giorno d’ oggi è tutta un’ altra musica (ed è molto meno piacevole). Per una buona metà dei casi, innanzitutto, ci si ritrova a fare cose completamente avulse da quelle per le quali ci si era preparati. E già questo dispone male, perchè le cose sono due: o uno si rende conto di aver buttato all’ aria anni di studio, oppure deve venire a patti con un lavoro che non lo interessa e quindi non gli piace. Uno dei miei ragazzi, ad esempio, era laureato in chimica. Cosa cazzo c’entrasse la chimica con i computer ce lo siamo chiesto per anni e ce lo chiediamo ancora, visto che alla fine si è aperto una “Web-Agency” e scrive software. Laurea ? Inutile. Un altro era un laureando in architettura, per lui il percorso è stato al contrario: a un certo punto ha detto: “si, ma io che ho studiato a fare architettura, che mi piace pure” ? Fortunatamente uno dei miei clienti era uno studio di architetti e lui adesso ne è felicemente partner. Altri ? Una segretaria diplomata estetista, un’ infermiera che veniva con me a passare i cavi di rete nei cavedi dei palazzi.

Questo è il primo problema. Poi ce n’è un altro non meno importante: da sempre, il concetto di lavoro dipendente ci viene propinato come una cosa dalla logica specchiata e filante: Un posto, un orario, delle mansioni, uno stipendio. Fai il tuo dovere, hai i tuoi diritti, a fine mese hai i tuoi soldi e vivi felice. Con la busta paga puoi indebitarti (se vuoi), se fai bene i tuoi conti e non fai il passo più lungo della gamba arrivi alla pensione, prendi la tua liquidazione e vivi felice finchè ti è dato.

Magari fosse.

Questo vale (ancora per poco, aggiungo io) solo ed esclusivamente per lo stato ed il parastato (quelle che chiamavo “imprese” troppo grosse per esser considerate imprese). Ma nel privato, se mai ha funzionato così, sicuro ora non più. Purtroppo, a causa di questo concetto obsoleto, molte persone si avvicinano al mondo del lavoro con delle aspettative che verranno sistematicamente deluse, una dopo l’altra. Un posto ? Difficilmente lo stesso per tre anni di seguito. Un orario ? Magari avercelo. Delle mansioni ? Seeee… e quanti cazzi vuoi sapere… Uno stipendio ? Ti piacerebbe, eh ? Allora beccati questo per questi dieci mesi, poi vediamo. Busta paga ? Intendi la busta da lettere dove trovi i soldi, vero ? Ovviamente questo è il caso limite, perchè poi c’è anche la possibilità che si riesca ad ottenere un CONTRATTO. Che poi perchè si ostinino a chiamarlo così non lo capisco, visto che del contratto ha solo la forma (e la firma), ma almeno è qualcosa. Se poi si tratta del mirabolante “contratto a tempo indeterminato” (da tanti cercato ma da pochi raggiunto), possiamo dire di aver fatto bingo.

Aggiungiamo a questi due problemini un terzo (che poi è quello di cui al post precedente): il contratto sarà pure “sicuro”, ma è proprio l’ azienda che non lo è. Tu stai lì, bene o male, relativamente tranquillo della tua situazione e da un giorno all’ altro scopri che il principale s’è magnato pure le scrivanie e l’ azienda va inesorabilmente a puttane. Punto e a capo, ricominciamo. E’ un’ “alea” che più si va avanti con l’età meno si è disposti a tollerare.

Sufficiente per sentirsi “demotivati” ? E ancora non siamo entrati nel merito del lavoro vero e proprio, abbiate pazienza. La piaga del posto di lavoro un tempo era quella dei “raccomandati”. Fenomeno ancora presente – in minor misura – ma scavalcato di due lunghezze da un’ altra categoria, quella dei “fancazzisti“. Un tempo esclusivo appannaggio del settore pubblico, hanno ormai invaso come le cavallette anche il privato. Sono quelli che una volta intascato il famoso “contratto” stanno lì e fanno di tutto per ricordare al mondo che loro sono destinati a ben altro nella vita e ben si guarderanno dal lavorare, scaricando qualsiasi cosa possano sulle spalle dei veri Lavoratori presenti o su quelle dei vari “schiavi” che non mancano mai, fondamentalmente stagisti, magari laureati e trilingue, con la sola pecca di essere “giovani” che tra un trasporto di caffè ed una fotocopia si trovano costretti a fare anche il lavoro del fancazzista di turno.

Consiglio personale: se avete un collega fancazzista, fatevi prima una cultura con i libri di Agatha Christie, preparatevi con la visione di tutti e 70 gli episodi di “Colombo” e poi studiate un metodo per eliminarlo fisicamente. Sul serio. Una volta per tutte. E ripetete l’operazione con tutti quelli che vi capitano a tiro. Perchè sono loro il primo cancro dell’ azienda che vi dà lavoro, sono loro i primi responsabili di quel senso di frustrazione che di tanto in tanto si affaccia in voi la sera e sarà principalmente loro la colpa se un giorno si renderà necessario un “taglio del personale” e malauguratamente ci finirete in mezzo voi.

Poi, si, ci sono anche gli incompetenti, gli scemi, i pigrotti e qualche raccomandato… ma quelli sono mali minori. La “soluzione finale” è l’ eliminazione dei fancazzisti.

E occhio a non farvi abbindolare, perchè sono subdoli: cercano di diventare amici, vi chiedono “ma chi te lo fa fare” davanti alla macchinetta del caffè, vi blandiscono e vi suggeriscono mille maniere per sfuggire impuniti alle vostre responsabilità. Possono arrivare anche a cedervi qualche giorno di ferie o offrirsi di chiudere per voi quella pratica che vi tiene in scacco da tre giorni (tanto lo faranno fare – male – ad uno stagista e poi la colpa sarà vostra). Ma il loro vero fine è quello di far diventare fancazzisti anche voi. Nelle aziende con più di 15 dipendenti, il fancazzista in genere si riconosce per la spilletta del sindacato: il compito della rappresentanza sindacale aziendale è infatti quello di promuovere il fancazzismo al fine di creare il giusto ambiente per un sano smerdamento dell’ azienda stessa.

Va da se’ a questo punto che l’ altro nemico del vero Lavoratore è proprio il sindacato. I sindacati vanno visti esattamente nella stessa ottica in cui di solito guardiamo i partiti politici (e ovviamente sono ad essi intimamente legati). Se una volta erano entità sane, forti, guidate da persone “serie” ed erano utili alla loro funzione a favore del Lavoro e del Popolo, oggi sono un’ accozzaglia di manipoli di bocchinari che per i Lavoratori (e per estensione per il Popolo) non fanno nulla salvo utilizzarli per i loro miseri fini. Mi rivolgo ai più “anziani”: quand’è stata l’ultima volta che avete avuto un aiuto concreto da un sindacato ? Al massimo vi fanno fare lo sconto al CAF o vi rimediano un avvocato che vi pentirete di aver usato per la vostra vertenza.

Concludo (promesso, il quarto pippone non ci sarà, magari ci sfoghiamo nei commenti), con una triste considerazione: Andrea nel suo articolo aveva ragione. E’ un mondo difficile, e a meno di un cambiamento radicale (di cui ahimè non conosco i termini) credo andrà sempre peggio.

Oggi mi sento ottimista…

Julys’ Blue Skys

Non so se da Voi, succedono gli stessi eventi come da Noi. Probabilmente si, forse in giorni diversi, o con ‘sostanze’ diverse ( ??), ma questo non è il punto. Il punto è; qui da Noi (islabonita) durante tutto il mese di luglio, non si è vista manco l’ombra della merda che scaricano gli aerei ; eppure gli aerei hanno volato, eccome. CHESTRANO !!! :mrgreen:

Qui, sino al 25 giugno hanno irrorato come criminali, e sono certo di ciò che dico perchè li tengo d’occhio ; è solo che non trovo le foto.

😕 …non so x quanto durerà il vero cielo, ma lo sapremo presto, appena ricominceranno.