Archivio per la categoria ‘Lo Spigolo di Albert1’

Lungi da me anche solo l’idea di voler competere con Marchettino (non a caso questo pezzo esce un bel po’ dopo il magistrale pippone vernacolare del Nostro), proseguo umilmente con il mio “romanesco moderno spiegato da un burino ai più burini“.

Come promesso, oggi andiamo ad esaminare significato ed origini dell’esclamazione “Me Cojoni” spesso pronunziata anche “e mecojoni”, o “me cojoni ar cazzo”.

Sgomberiamo immediatamente il campo dall’equivoco più comune: NON VUOL DIRE “I MIEI COGLIONI”. Spesso, a causa di questo errore interpretativo, soprattutto quando usata al di fuori del contesto romanesco, l’espressione viene distorta in “meicojoni” o ancora peggio (orrore!) in “mieicojoni”…

L’ambito di utilizzazione del detto in questione è in genere di meraviglia, incredulità, stupore o grande apprezzamento; un esempio renderà più agevole la comprensione:

“Ahò, ieri ho fatto ‘na cacata che pareva ‘n regazzino: carcola che me s’è attappata la tazza der cesso, quanno ho tirato la catena a momenti se n’annava ‘ngiro pe’ casa cor surf”

“Mecojoni ! Ma davero”?

Una piccola digressione su un particolare verbo romanesco ci aiuterà invece a cogliere l’etimologia del termine: il verbo “cojonare“, che sta per “prendere in giro”, “far fesso”, “rendere (o prendere per) coglione”, con chiaro riferimento all’accezione negativa che caratterizza il dar del coglione ad una persona.

Sarà quindi facile a questo punto, dato il combinato disposto delle due precedenti analisi, comprendere che “mecojoni” nasce come domanda: in effetti, il corretto utilizzo sarebbe “me cojoni” ? Nel senso di “me stai a cojonà” ? Cioè, “mi stai prendendo in giro” ? “Ma davvero” ?

Il tempo e la propagazione del detto, anche in casi differenti da quelli strettamente attinenti, lo hanno portato all’utilizzo odierno: talvolta fuori luogo, ma sempre e comunque di un certo effetto sull’ascoltatore.

Nel prossimo “spigolo”: “nun t’anaugurà”.

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Perchè “spigolo” ? Perchè l’angolo l’ha occupato per prima Perplessa, e io mi adatto.

Allora, per la serie “Il Romanesco moderno esplicato da un burino ad uso dei più burini” oggi andiamo ad eviscerare un modo di dire che mi sta molto ma molto a cuore (ve ne sarete accorti).

Esattamente, cosa si intende con “Sti Cazzi” ? Molti sorrideranno, ovvio, ma molti altri qualche volta la domanda se la saranno posta. In genere, a sud di Roma il motto non viene utilizzato mentre a nord ha un’accezione diversa, che io ritengo non esattamente conforme alla sua stessa natura.

“Sti Cazzi”, nelle sue varie forme (“e sti cazzi”, “ma sti cazzi”, “sticàzzi”) nasce dall’abbreviazione della più articolata locuzione interrogativa “E Sti Cazzi, nun ce li metti ?” generalmente pronunciata (indifferentemente da uomini o donne) indicandosi con entrambi i palmi delle mani rivolti verso l’interlocutore le parti basse.

La frase sta ad indicare il totale, completo, assoluto disinteresse di chi la pronuncia nei confronti dell’argomento trattato, e attenzione: non è un semplice “chi se ne frega”, è molto di più. Chi dice “Sti Cazzi” sta ammonendo il prossimo, non sta solo affermando di poter vivere tranquillamente anche nell’ignoranza del tema trattato, ma sta dicendo di non volerne sapere oltre.

Talvolta la frase assume anche un tono canzonatorio, ed è tipica dell’attitudine goliardica ma pigra del Romano.

Il Grande Capo Estiqaatsi

A parte il sottoscritto, che nel lontano 1992 venne insignito dell’ambito premio nomato “King Of Sticazzi”, troviamo oggi un valido estensore del concetto nel famoso opinionista, il Grande Capo Estiqaatsi (l’amico Claudio “Greg” Gregori), sempre più presente nei talk-show e nelle trasmissioni generaliste di attualità.

Nel prossimo “spigolo”: “Mecojoni”.