QUANDO ERO UNO “PSICODELINQUENTE” – L’ EPILOGO

In effetti gli epiloghi sono due: uno a breve termine ed uno un po’ più avanti nel tempo (che poi è un po’ la morale della cosa). Andiamo per ordine.

La mia parte nella commedia non era ovviamente finita. Scoprendo le carte col padre di R. avevo creato i presupposti per un bel casino nella sua famiglia, anche se non sapevo che di presupposti ce n’erano già abbastanza da prima (ma questo fa parte del secondo epilogo). Per i due giorni successivi R. non venne a scuola e nessuno lo vide in giro. Quando poi tornò, adducendo un problema alla vista (con tanto di certificato medico e referto oculistico) si trasferì dalla “curva sud” (il nome che avevamo dato ai nostri quattro banchi rigorosamente appiccicati fra loro e posti nel fondo più remoto dell’ aula) alla “tribuna vip” (la prima fila di banchi vicino alla cattedra). Così, diceva, avrebbe potuto vedere bene la lavagna. Smise di uscire con noi e di “studiare” con noi il pomeriggio. In pratica sparì dai radar pur essendo lì ogni giorno.

Nel mentre, M. mi disse che il padre (sempre il “questurino”) voleva parlarmi (“ancora ? E che cazzo se dovemo dì cò tù padre” fu la mia reazione immediata) ed all’ uscita di scuola me lo trovai lì fuori. Mi disse: “Alberto, ho parlato col padre di R. e ho capito la situazione. Mi dispiace di averti trattato male, però ti consiglio comunque di non fare così lo strafottente con gli adulti, perchè potresti trovare quello che reagisce male” Pensando fra me e me che avrebbe semplicemente potuto – forse dovuto – chiedermi scusa, ma che evidentemente proprio non ce la faceva, cercai di essere gentile. “Signor padre di M., la ringrazio per il consiglio ma non si preoccupi. Prima di rispondere alla gente, valuto la situazione e prendo sempre le misure: se non è il caso mi trattengo ma con lei sapevo che non avrei avuto problemi“. Ancora oggi non so se abbia capito il senso recondito del messaggio, comunque annuì con aria benevola e continuò: “Adesso rimane il problema dell’ accendino: io a casa non me lo tengo, è contro i miei princìpi essendo merce rubata. Ovviamente non è il caso di raccontare la storia ai proprietari, non vogliamo che si creino attriti tra le famiglie (ah, brutto stronzo, se dovevate sputtanare me degli attriti non ve ne fregava un cazzo, però), quindi ho pensato di darlo a te, sono sicuro che saprai cosa farne“.

Stavo per girare i tacchi e suggerirgli io cosa avrebbe potuto farci lui, con quell’ accendino di merda, poi riflettei un attimo, ebbi un’ illuminazione, tesi la mano e dissi: “OK. dia qua, ci penso io. Storia finita” ? “Storia finita“.

Il giorno dopo (allo scadere della settimana che mi era stata data come termine da mio padre), dopo aver messo a punto una storia che oggi mi sembra una cazzata immonda ma che allora mi suonava bene (ricordiamoci sempre che ragionavo da adolescente, per quanto precoce, ma sempre adolescente), ad ora di pranzo mi presentai a casa della festeggiata – derubata. Citofonai: “sono Alberto, un amico di F., ero alla festa l’altro giorno, posso salire un attimo” ? Salii. Erano tutti a tavola, la festeggiata ci mise un po’ a capire chi cazzo fossi, dovetti spiegarle che ero amico di R., il ragazzo di S. che era la sua amica del cuore e alla fine le si accese la lampadina. Mi rivolsi subito al padrone di casa e cantai questa canzone: “dunque, alla fine della festa mentre con gli altri amici aspettavamo l’ autobus, ci si è avvicinato uno che ci ha chiesto da accendere. Sono sicuro che era anche lui alla festa perchè l’ho visto girare tutta la sera (e mi lanciai in una descrizione talmente generica che avrebbe potuto essere chiunque, infatti a nessuno in casa venne in mente chi cazzo fosse ‘sto qua). Poi ci ha fatto vedere questo (e tirai fuori l’ accendino) solo che era scarico. Ci ha chiesto se volevamo fare un affare perchè era d’ oro ma a lui non serviva e ce lo lasciava per 20.000 lire. L’ ho preso io e gliel’ ho pagato ma è qualche giorno che non riesco a levarmi dalla testa di averlo visto qui in casa sua. E poi sopra ci sono delle iniziali, G.B…. lei non si chiama G.B.” ?

Si, io mi chiamo G.B., ma questo accendino non l’ ho mai visto. E poi non fumo, qui nessuno fuma (non era vero, la figlia fumava eccome, ma chi ero io per dirglielo ?). Ti ringrazio per il pensiero e mi dispiace ti sia preoccupato, ma non è roba mia. L’ hai pure pagato, quindi direi che è tuo. Se posso darti un consiglio (tutti in vena di consigli, ‘sti adulti), lascia perdere le sigarette… fanno male“. Ci misi più di vent’ anni a dargli retta.

Ah, va bene, grazie e scusate il disturbo. Buon pranzo, arrivederci“.

A quel punto me ne andai a pranzo pure io, con l’ ormai “mio” bel Dupont placcato oro (che ficcai in un cassetto e dopo qualche tempo regalai ad un mio cugino, di nome Giovanni Battista – per comodità Gianni – così erano a posto pure le iniziali incise).

A casa lo caricai comunque (con quelle belle bombolette di gas propano con i beccucci intercambiabili, ormai credo non si usino più) e lo usai – una volta sola – per accendere le due sigarette che mio padre ed io ci fumavamo dopo cena (suscitando la malcelata invidia di mia madre che invece aveva smesso ma “rosicava abbestia” e sniffava di nascosto fumo passivo). Lo “relazionai” in merito a tutto lo svolgimento dell’ “accendino – gate” e lo rassicurai sul fatto che – come richiesto – era storia chiusa.

Da tutta la storia fin qui e da questo primo epilogo traggo queste conclusioni: in linea generale sarebbe bene non fare cazzate tipo rubare in casa d’ altri. Se proprio uno non resiste, sarebbe almeno il caso di fare in modo che ne valga la pena. Sempre se uno non resiste e se gli è andata bene che nessuno l’ha beccato, è opportuno astenersi dal farsi prendere dai rimorsi… ma se questi arrivano bisogna avere il coraggio di rimediare in prima persona e non tirare in mezzo gli altri. Anche perchè (come è successo) le conseguenze potrebbero essere peggiori dell’ atto in se’. E se io e il padre di R. in quella camera ci fossimo spaccati la faccia a vicenda ? E se fossero partite davvero delle denunce ? Altra cosa importante è stato osservare in prima persona come l’ ultimo arrivato in un “gruppo” già consolidato (soprattutto se – come nel mio caso – è una persona di cui fondamentalmente non si sa nulla e non ha “credenziali” di alcun genere) sia sempre quello che finisce con l’ essere additato come il responsabile di tutti i mali. E ciò non è buono. E’ il seme del “linciaggio”.

Ma ora, il secondo epilogo, con altri dettagli ed una bella chiusa da film con “chi è diventato cosa“:

Passati gli anni del liceo (io avevo iniziato il quinto da un’ altra parte, dato che erano ancora in atto gli infiniti “spostamenti” familiari e poco dopo sarebbero cominciati i miei personali) ci perdemmo un po’ tutti di vista. Del gruppo della storia ero rimasto in contatto solo con G. e con lo sfuggente A.. M. ed R. erano proprio spariti, anche se poi M. me lo ritrovai (senza grande sorpresa) in ambito lavorativo. Per fortuna per poco, vista la sua scarsa affidabilità. Un giorno dei primi anni ’90, fermo al semaforo sul lungotevere all’ altezza dello Stadio Olimpico mi misi a guardare la moto che mi si era fermata accanto (una Yamaha XT 600 prima serie col serbatoio a goccia, l’ ho sempre adorata), poi alzai lo sguardo verso il conducente con l’ intenzione di mostrargli il mio apprezzamento per il mezzo: aveva sempre lo stesso pizzetto e lo stesso sguardo leggermente strabico: anche se erano passati quasi dieci anni, riconobbi subito R.

Il tempo, si sa, cancella tante cose e smussa gli spigoli: non ci eravamo lasciati proprio bene, ma dall’ incontrarci al fermarci al primo bar per fare due chiacchiere fu un attimo. Ci scambiammo i numeri di telefono e mi invitò a cena a casa sua (la stessa casa del “processo”) dove ancora viveva con la madre.

La sera della cena mi presentai con una bottiglia e un bel sorriso. Il “deja-vù” era forte, ma la situazione era decisamente più rilassata. La madre di R. (quella tipo Signora Pina), magari non sarà stata una gran pedagoga ma sicuramente in cucina era forte. Mangiai di gusto e in abbondanza. Parlammo del più e del meno, e “cosa fai adesso” (rimasi vago come al solito), e “come stanno i tuoi” (rimasi ancora più vago seppur cortese), temporeggiammo tutti maldestramente ma poi alla fine rispuntò fuori la vecchia storia. Era inevitabile. La Signora Pina (che non si chiama Pina) si riprese il viso fra le mani e – esattamente come dieci anni prima – cominciò a piangere. R., imbarazzato, si alzò e (nel suo stile) uscì dalla stanza dicendomi “mi sa che mia madre ti deve dire qualcosa, aspetta che si calma, io vado a fare una telefonata che di questa storia non ne voglio più sapere niente, scusami“. Dopo un po’ la Pina riprese il controllo (più o meno) e fra una lacrima e l’altra mi raccontò che all’ epoca lei ed il marito (l’ ingegnere col maglione a rombi del cazzo) si stavano separando, e non in un bel modo: lei aveva scoperto che lui manteneva una ragazzina di 20 anni e lui oltre a non negare e non mostrare alcuna intenzione di tornare “sulla retta via”, aveva cominciato anche ad essere manesco e minaccioso nei suoi confronti. La storia andava avanti da un po’ e ovviamente il figlio aveva preso molto male la cosa. Questo, mi disse, spiegava un po’ tutto quello che era successo. Mi disse che lei pensava che io fossi un bravo ragazzo, ma non aveva il coraggio di contraddire il marito. Mi fece mille scuse, mi abbracciò stretto – troppo – e ricominciò a piangere a fontanella. Capii che rivangare tutta quella storia e quel periodo della sua vita non le aveva fatto bene e mi dispiacque un po’. Inoltre, la situazione stava diventando imbarazzante (visto che non si staccava, ed io un abbraccio più lungo di 15 secondi – a meno che non si tratti di persone care – non lo reggo). Le dissi che era tutto a posto, per me nessun problema, dissi che si era fatto tardi, aspettammo che R. tornasse giù e feci per accomiatarmi. “Aspetta, lo vuoi il caffè” ? “No, grazie, è sera e poi non dormo“.

FINE. – titoli di coda… e poi a seguire:

R. oggi è istruttore di alpinismo. Come cazzo faccia ad insegnare alla gente a fare una cordata e a fidarsi l’ uno dell’ altro non lo so, ma pare faccia quello. Mai dire mai. Comunque ha smesso di fumare, di farsi le canne e di rubare accendini. L’ ultima volta che ho visto il suo profilo FaceBook, ho visto che è anche diventato vegetariano e si è tagliato quel pizzetto del cazzo che gli stava pure male. Buon per lui.

M. oggi è il dirigente di un commissariato di Roma, ed ha all’ attivo diverse operazioni di successo. Mi è difficile sovrapporre questa sua figura con quella di un fregnone che a 15 anni non riusciva a tenersi un “segreto” per due giorni e che sempre a 15 anni stava per spararsi ad una tempia con la pistola del padre credendo fosse scarica (in quel caso credo di aver salvato una vita semplicemente strillando “CHE CAZZO FAI, DEFICIENTE”).

A. (lo sfuggente) è amministratore di una società che produce software. Per qualche anno ha lavorato insieme a me, poi alcune insanabili divergenze di vedute hanno fatto sì che andassimo ognuno per la sua strada. E’ padre di ben cinque figli, marito fedele e buon lavoratore. Non ci siamo lasciati benissimo, ma ogni tanto (molto di rado) capita che ci si incontri e allora un caffè ce lo prendiamo volentieri. A lui miei migliori auguri, nonostante tutto.

G. (come da tradizione di famiglia) è un commerciante, ed è anche mio fratello. (“ma non eri figlio unico, Albè” ? “si, ma a volte un Amico può diventare un fratello, e questo è il caso“). Siamo reciprocamente soci in tutte le nostre attività e ho perso il conto delle volte in cui ci siamo “salvati” a vicenda. I suoi due figli sono i miei unici “nipoti”, sua sorella è mia sorella.

Io, beh, sono io: credo mi conosciate abbastanza, ormai. C’ è tanto da raccontare, ammesso che qualcuno abbia voglia di stare a sentire, ma in fondo lo sto facendo, no ?

Childrens’ play grounds

Di solito i parchi giochi …. https://duckduckgo.com/?q=Childrens%27+play+grounds&t=newext&atb=v358-3__&iax=images&ia=images

Dicono che per capire il mondo, basta osservarlo senza l’interferenza di intermediari… Pur rimanendo una creatura curiosa e desiderosa di stimolare discussioni costruttive, a sto giro il post fatelo Voi ( sempre se stimolati dai cazzi&culi da intrattenimento …. ).

QUANDO ERO UNO “PSICODELINQUENTE” – PARTE SECONDA

Una volta fatta la frittata, non puoi più separare le uova. Quindi, alzato il casino che si era alzato – grazie in sequenza all’ idiozia stellare di R. e di M. – la quantità di merda che ha colpito il ventilatore è stata mondiale.

Aggiungiamo all’ idiozia dei figli quella dei genitori, ed otterremo un quadro abbastanza chiaro della situazione.

Nei giorni successivi, già fra noi a scuola l’ atmosfera si era fatta tesa: ricordatevi sempre che stiamo parlando di adolescenti fondamentalmente cazzoni, che tendono ad ingigantire i problemi e a vedere tutto come la fine del mondo. Tutti i genitori ormai erano stati informati e ognuno probabilmente a casa ci aveva messo del suo. A quanto ne so, solo a casa mia vigeva una specie di “sospensione del giudizio”: mia madre non si pronunciava e mio padre si era già pronunciato. La sua idea era “innocente fino a prova contraria” e comunque me la sarei dovuta vedere da solo: ero stato cresciuto ed educato in quel modo e così doveva essere. Mi disse solo (attraverso il filo di fumo di una sigaretta appena accesa): “hai una settimana per chiudere questa faccenda, non farmi più rompere le palle da questi deficienti. Se – e solo se – senti aria di denuncia fammelo sapere, che non è il caso di essere tirati in mezzo per una stronzata del genere“.

Fra noi ragazzotti la situazione era questa: R. e M. avevano fatto “comunella” e si erano messi da una parte, A. si era completamente isolato, io e G. ci eravamo messi dall’ altra. Due opposte fazioni ed un neutrale: equilibrio perfetto.

I genitori di R. (una professoressa della scuola che frequentavamo, per fortuna in un’ altra sezione, ed un ingegnere dell’ IBM, che a quei tempi ancora andava forte. L’ IBM, non l’ingegnere) convocarono una riunione pomeridiana a casa loro con tutti noi cinque e rispettivi genitori. Doveva essere una cosa per chiarire, ma si trasformò immediatamente in un processo per direttissima.

Come da accordi intercorsi, io mi presentai da solo e così anche G., dato che i suoi – gestendo un’ attività privata – non potevano permettersi di perdere tempo con queste beghe. A., a malincuore venne accompagnato dalla madre (che aveva un “debole” per me e che a onor del vero fu l’unica a difendermi, gesto non richiesto ma comunque apprezzato). M. venne con il padre (il “temibile” funzionario della questura) ed R., che giocava “in casa” aveva tutti e due i genitori.

Ci accomodammo tutti, il salotto era stato preparato a dovere con sedie aggiuntive, vassoi di snack, bibite per i giovani e drink per gli adulti. Sembrava una festa, ma stavolta nessuno avrebbe rubato niente.

Iniziò il padre di M. che da brava “guardia” esordì con: “signori, qui bisogna che chi ‘ha commesso il fatto’ si faccia avanti. I proprietari dell’ accendino (nessuno conosceva la reale entità del “bottino”, era uscito fuori solo quello) potrebbero sporgere denuncia, ma se il responsabile glielo restituisse forse andrebbe tutto a posto“. Ovviamente parlava guardando me, dato che il figlio aveva fatto il mio nome, ma essendo lui una “guardia” stava facendo in modo che fossi io a “cantarmela”. Cosa che ovviamente non accadde, anche perchè non ero stato io.

Tutti in effetti guardavano me (non è paranoia, vi assicuro che l’ aria era quella) e nessuno diceva niente. Tre minuti di silenzio fra sgranocchiamenti di patatine e sorsate di roba colorata, qualche accensione di sigaretta, poi alla fine mi pronuncio: “Signor padre di M., scusi se mi permetto, ma cosa le fa pensare che i padroni di casa – ammesso che si siano accorti della sparizione di un accendino – abbiano voglia di andare a fare una denuncia contro ignoti ? In quella casa ci saranno state cinquanta persone: quando gli chiedono se hanno sospetti su qualcuno che fanno, gli danno tutta la lista degli invitati ? A me sembra che si stia esagerando“. Avevo innescato il panico.

Altra manciata di secondi di gelo totale e poi uno dietro l’altro partono in due:

Il padre di M.: “Non esagero niente, è una questione di principio ! Che ragionamenti sono ? Si, potrebbero fare i nomi di tutti i presenti e poi verrebbero tutti indagati, compreso mio figlio ed io nella mia posizione non posso permettermi un affronto del genere ! Che facciamo, cominciamo a 15 anni con l’ omertà ? Non fare il mafiosetto, che vai a finire male! Cosa ti ha insegnato tuo padre ? Cominciamo benee a proposito, che lavoro fa tuo padre ? Non ho mai avuto il piacere di conoscerlo, ma ci scambierei volentieri due parole“.

Il padre di R. (ingegnere IBM, padrone di casa, alzandosi e venendo verso di me col dito puntato): “proprio tu parli ? E certo che parli così, non prenderci in giro, tanto nessuno lo dice ma lo sappiamo tutti che è colpa tua ! Lo diceva mia moglie ieri (guarda la moglie, che annuisce, per capire il tipo immaginatevi la Pina di Fantozzi), tu sei uno psicodelinquente ! Tu sei un pericolo per i nostri ragazzi“.

Nell’ inerzia generale (chi si guardava le scarpe, chi arraffava patatine, lo stesso infame R. che faceva finta di fare i compiti peraltro utilizzando proprio la calcolatrice rubata) decido di rispondere subito a lui, che col dito ancora puntato torreggiava in piedi su di me, che me ne stavo comodamente sbragato sul suo divano (aveva un maglione a rombi blu e gialli che – scherzi della mente – mi è rimasto impresso nella memoria più della sua faccia): “senta, Signor padre di R., abbassi quel dito e si rimetta seduto, che se mi alzo io con tutto il rispetto il dito glielo rimetto al posto suo. Io sono venuto qui perchè mi avete chiamato, non per farmi mettere in mezzo. Non so di che stiamo parlando, qualsiasi cosa sia successa non l’ ho fatta io e non ho idea di chi abbia fatto cosa (qui mentivo spudoratamente, ma potevo dirgli davanti a tutti che il vero coglione era proprio il suo povero figliolo ? No, non potevo). La ringrazio per l’ ospitalità, ma ora se non c’è altro che possa fare, io me ne andrei. Ah, la prego di non continuare a telefonare a casa, che mio padre è abbastanza infastidito dalla sua insistenza“.

(doverosa nota: mi rendo conto che sembra che stia facendo lo “sborone” e stia fornendo una versione riadattata delle mie parole, ma sapete che non sono un cazzaro e vi assicuro che la mia attitudine fu esattamente quella: fa parte della mia “maledizione”, da sempre freddo e allora decisamente più maturo – almeno nel dialogo – rispetto ai miei coetanei).

Poi, rivolto al padre di M.: “immagino lei abbia dei problemi con la mafia, visto che la nomina, beh, io no. Ma tutto sono tranne che omertoso (mentendo anche qui, ma potevo fargli notare come proprio suo figlio avesse prima accettato di buon grado un oggetto rubato e poi preso dai rimorsi glielo avesse dato inventandosi un mucchio di cazzate ? No, non potevo), e comunque il lavoro che fa mio padre sono cazzi miei, quello che mi ha insegnato pure, e no, non credo che lui abbia piacere di parlare con lei, quindi se lo scordi“.

A quel punto, visto che nessuno diceva più niente, salvo borbottare cose tipo “dove andremo a finire” e fatta eccezione per un flebile tentativo in mia difesa da parte della madre di A., mi alzai e feci per andare verso la porta. Notai con la coda dell’ occhio che la madre di R. si copriva la faccia con le mani e sembrava singhiozzare. Quasi arrivato alla porta, sentii uno spostamento d’ aria dietro di me. Era il padre di R. (l’ ingegnere col maglione a rombi) che dicendo “Eh no” ! mi aveva preso per un braccio e mi tratteneva. Mi giro di scatto, svincolando il braccio, prendendo il suo a mia volta e spingendolo attraverso un’ altra porta in camera da letto. Chiudo la porta e – forse esagerando un po’ – lo attacco letteralmente al muro. Adesso, è paradossale che un ragazzino di 15 anni debba venire alle mani con un maturo e stimato professionista di almeno trent’ anni più grande, ma giuro che mi aveva davvero rotto il cazzo, lui, il suo figlio scemo e il suo maglione a rombi del cazzo. Nonchè la moglie singhiozzante e tutta la situazione nel suo insieme. Il discorso fu: “si è calmato ? Posso lasciarla ? Se ha deciso di fare a botte si cerchi qualcuno della sua età, perchè io sono minorenne. Ma se insiste (notare che nonostante tutto mantenevo l’uso del “lei”), prima le rompo il culo, poi la denuncio. Allora, adesso che siamo soli (nel frattempo da fuori bussavano alla porta ma l’ ingegnere ebbe il buon senso di dire che era tutto a posto) le dico le cose come stanno. L’ accendino se lo è intascato suo figlio (ho volutamente tralasciato il resto della “refurtiva”), poi come sia finito nelle mani di quell’ altro coglione di M. non lo so. In più, se è alla ricerca di psicodelinquenti, cominci a cercare di capire dov’è che suo figlio compra il “fumo” col quale poi ci dilettiamo a farci i cannoni che ci facciamo da un po’ di tempo a questa parte. Ora, se vogliamo trovare una soluzione sono qua. Altrimenti arrivederci“. Un po’ fortino, se vogliamo, ma vero. Tutto vero.

Uscimmo insieme dalla stanza, lui un po’ disorientato ma col maglione a rombi perfettamente a posto, io visibilmente incazzato. Salutai tutti e indicando dietro di me col pollice lanciai un generico: “fatevi spiegare da lui, io vi saluto, arrivederci“.

Poi la soluzione si trovò, ma la lascio per la terza ed ultima parte.

(continua…)

QUANDO ERO UNO “PSICODELINQUENTE” – PARTE PRIMA

Da cosa nasce cosa, e da un paio di commenti sul mio precedente post incasinato prendo la scusa per raccontare (in ben due puntate) un altro aneddoto (un altro di quelli per i quali vale ovviamente la legge dello “sti cazzi”).

Ho impressione di averne già parlato, ma forse era in un commento e forse su un altro Blog, quindi ri-racconto qui la storia con dovizia di particolari. In sintesi è una storia di misfatti, tradimento, denigrazione, ingiustizia e tardiva riabilitazione, ma soprattutto è una storia che insegna l’ opportunità e l’ estrema saggezza del farsi i cazzi propri, contrapposta ai danni creati da chi invece non se li fa.

I protagonisti di questa storia, oltre al sottoscritto, sono altri quattro ragazzotti, tutti fra i 15 e i 16 anni di età, tutti nella stessa classe delle superiori: il periodo si attesta a metà dei favolosi anni ’80, il luogo – manco a dirlo – è Roma. I ragazzotti sono: Alberto (io), A., G., M. ed R..

Un giorno, a scuola, R. comunica agli altri che si potrebbe andare ad una festa a casa della migliore amica della ragazza che frequenta al momento. L’ amica in questione è figlia di un noto negoziante di scarpe di via del Corso ed ha un appartamento di quelli che senza una mappa ti ci puoi perdere.

La cosa promette bene, siccome è un compleanno si mette insieme un regaluccio per la festeggiata e ci si presenta alla festa. Bell’ ambiente, un sacco di gente (alcuni più grandicelli, ma in media tutti minorenni)… cibo, musica, alcool e per non farsi mancare niente qualche “cannetta” che gira. Io e G., abbastanza annoiati e più attenti al cibo che ad altro ci limitiamo a stazionare in salotto occupando stabilmente buona parte del pur grande divano (ma c’è da dire che facevamo 240 Kg in due) e filosofeggiare intorno ai massimi sistemi aiutati pure dalle “cannette” di cui sopra. Ad un certo punto R. (quello che ci aveva portato alla festa) si avvicina e fa: “ahò, bada, questi stanno impaccati di soldi, guardate là, su quel mobile, me sa che quell’ accendino è d’oro” ! Io gli dico: “portalo qua, famme vedè che è“. Lui svelto lo prende e me lo porta. Io lo rigiro un po’, il responso è: “è un Dupont, abbastanza comune, nun è oro massiccio ma è placcato… nuovo costerà dù piotte, dù piotte e mezza (200/250.000 Lire). Fà ‘na bella cosa, nun lo lascià là, buttelo drento a ‘n cassetto… nun vorèi che qualcuno glielo zinca (ruba)“.

Per farla breve, all’ uscita della festa (in sintesi abbastanza deludente, in linea con le feste dell’ epoca) a notte fonda e tutti non propriamente sobri, R. si fruga le tasche del piumino e con il ghigno di chi l’ ha fatta grossa estrae nell’ ordine: l’ accendino di cui sopra, una calcolatrice Casio ad energia solare, un orologio digitale sempre Casio (di quelli che vanno tanto di moda oggi ma allora erano pezzi da battaglia) ed un paio di occhiali da sole RayBan Wayfarer neri (quelli dei Blues Brothers): “a regà (sarebbe il “ràaaga” dell’ epoca, in zona Roma), avemo fatto er pieno, cò questi stamo apposto ‘na settimana” ! Occhiataccia generale tipo “questo è scemo“, poi siccome nessuno dice niente mi faccio avanti io: “ma che sei cojone ? Vabbè che quelli manco ce faranno caso e vabbè che cò tutta quella ggente che cce stava pure che se ne accorgono nun ce capischeno ‘n cazzo… però me spieghi che ce famo ? Se pure je portamo tutto a Gianluchino (noto “ricettatore” per ladri di polli con banco a Porta Portese) ce darà si e no 20 sacchi (20.000 Lire). Aritorna su e rimetti tutto apposto, senza fatte vedè“!

A quel punto interviene la ferrea logica di G. che dice la sua: “seee… così la cazzata l’ avemo fatta doppia. Semo stati l’ urtimi a uscì, mò che famo, tornamo su pè rimette apposto ? Che je raccontamo, che semo quelli delle pulizzie ? E’ tardi pe’ tornà indietro, così se lo mettemo ar culo da soli. Dai, famo sparì ‘sta robba e levamose dar cazzo. Butta tutto ar secchio e ciao“.

L’ idea di buttare tutto non è universalmente condivisa e la cosa finisce così: l’ accendino passa nelle mani di M. (che era noto per non avere mai da accendere e rompeva sempre il cazzo agli altri), la calcolatrice la tiene R., occhiali e orologio passano ad A., che casualmente li aveva uguali uguali già di suo e quindi poteva dissimularne facilmente il possesso. Io e G. rimaniamo fuori da questa “spartizione”, forti della nostra estraneità al misfatto, pur acconsentendo a mantenere la più assoluta omertà in merito. C’è da dire che lo stronzo della situazione (cioè R.), era quello fra tutti che meno aveva motivo di “arraffare”: molto – troppo – “benestante” (non che noialtri fossimo propriamente morti di fame, anzi, ma lui era quello che stava meglio) e molto – troppo – di “buona famiglia”.

Tutto sembra esser finito, poi un certo giorno il mio telefono di casa (unico telefono a me riconducibile, erano altri tempi) comincia a squillare insistentemente. A casa mia non si rispondeva mai, c’ era la segreteria (cara vecchia Panasonic serie KX a doppia cassetta) a fare da filtro, quindi dopo una decina di telefonate a vuoto, finalmente dall’ altra parte si decidono a “lasciare il messaggio dopo il beep“: “buongiorno, sono il papà di R., compagno di classe di suo figlio. Il mio numero è ……….., avrei bisogno di parlarle, può richiamare per favore ? Sono in casa ad ora di pranzo e la sera dopo le 20“.

In sintesi era successo questo: M., che si era preso l’accendino, aveva avuto la splendida pensata di regalarlo al padre (che era un collezionista di accendini ma era anche un alto funzionario della Questura di Roma). Il padre ovviamente non si era bevuto la storia del “fortuito rinvenimento” per strada e – abituato com’ era a far “cantare” la gente – in tempo zero aveva ottenuto una piena confessione dal figlio in lacrime. Ovviamente l’ infame a questo punto dovendo fare un nome (in merito a chi l’ avesse fisicamente preso) e non volendo “tradire” l’amico R. (che conosceva sin dalle elementari), aveva ben pensato di indicare me. Questo a causa della mia caratteristica di essere sempre quello “nuovo”, quello arrivato da fuori di cui si sa poco e niente. In seguito, il padre di M. aveva contattato il padre di R. che a sua volta aveva contattato tutti gli altri anche se nel mio caso (grazie alla fida segreteria) aveva fatto un buco nell’ acqua.

Aggiungiamo per buona misura che mio padre, dopo avermi chiesto chi cazzo fosse questo padre di R. e che cazzo volesse da noi e dopo aver appreso per filo e per segno tutta la storia aveva deciso di non aver tempo da perdere e aveva comunicato al tipo in questione una cosa del genere: “buongiorno, io devo lavorare e quando sono a casa non ho voglia di parlare con chi non conosco. La segreteria c’è per questo. Se crede che mio figlio abbia fatto qualcosa di illegale chiami i Carabinieri, altrimenti non mi rompa i coglioni, grazie“. Poi, rivolto a me: “se mi hai detto la verità siamo a posto come sempre. Se mi hai detto una cazzata ti dò cinque minuti per rimediare, tanto nel caso lo vengo a sapere comunque“. Io ho confermato, e siamo stati a posto così. Come sempre.

A questo punto succede il panico.

(continua…)

Perché a volte un blog non basta.(A noi ce lo sfoderate parecchio!)