LA BESTEMMIA – UN’ APOLOGIA

Una premessa: il mio umore di questi giorni non è dei migliori (voi direte “e sti cazzi”) e mi sono abbastanza rotto i coglioni di tutto ciò che sta accadendo, di conseguenza ho rallentato parecchio post e commenti sulla situazione attuale e sono molto ma molto propenso ad imprecare pesantemente ad ogni piè sospinto, anche per il minimo inconveniente.

Questo post – che definirei “interlocutorio” – vuole trattare un tema a me caro, ispirato da questo articolo dell’ Allegro Pessimista, e vuole illustrare il mio pensiero (voi ridirete “e sti cazzi”) intorno al tema della bestemmia.

Per tranquillizzare coloro i quali vorranno avventurarsi nella lettura, assicuro che il post – pur trattandone estensivamente – non contiene bestemmie di alcun genere: quelle me le recito a voce per cazzi miei.

Chi mi conosce un po’, anche solo virtualmente, è al corrente della mia abitudine ad indulgere alla bestemmia: cosa evidente nello scritto, ma parimenti presente nella mia comunicazione orale. L’ abitudine ha origini lontane, risalenti (a quanto riesco a ricordare con certezza, forse anche prima ma non so) al 1974, anno che mi vide frequentatore di un asilo (di suore) in quel di Trieste. Il giardiniere/guardiano/factotum del posto ove si trovava (e si trova ancora, credo) il plesso scolastico in questione, tale Signor Ernesto, era di origini venete e – nonostante il luogo teoricamente “sacro” – bestemmiava a raffica come un camallo (non so quanto effettivamente bestemmino i camalli, ma l’immagine è evocativa). Io avevo 5 anni, il suono di quelle sue parole mi piaceva d’istinto e cominciai a ripeterle: prima fra me e me, poi (visto l’effetto che facevano sugli altri) a voce alta, nelle situazioni più sconvenienti. Questa cosa mi costò parecchi scapaccioni: sia da parte delle suore stesse (ovviamente) che da parte dei miei genitori. Famiglia, la mia, non particolarmente religiosa (anzi per niente)… ma per diplomazia bestemmie in casa non se ne sentivano neanche per sbaglio.

Queste avversità mi spinsero col tempo ad affinare la tecnica ed a scegliermi meglio i luoghi ed i contesti in cui dare sfogo al vituperio, fino all’ acme di un exploit in chiesa, dove (in sostituzione di un compagno di scuola ammalato) feci il mio primo e chiaramente unico esperimento come aspirante “chierichetto”: durante il trasporto mi scivolò dalle mani l’ampolla del vino, fui lì lì per riprenderla un paio di volte, anche in extremis di tacco, poi alla fine rovinò in terra con conseguente mia istintiva esclamazione blasfema. Per fortuna era una messa pomeridiana feriale in un paesino del perugino e sui banchi c’erano solo tre vecchiette (probabilmente sorde). Fosse stato di domenica a mezzogiorno, avrei avuto seri problemi. Crescendo, posso affermare di esser diventato un professionista. Sicuramente un “esperto”. Se fosse il tema di un talk-show, potrei essere l’ospite principale, per capirci.

Veniamo all’ oggetto: quando il discorso ci cade, il primo argomento solitamente è sempre quello. “Se credi, non puoi bestemmiare, se non credi, che bestemmi a fare” ? E qui già si commettono (a mio sommesso avviso) due errori insieme:

1): Si dà per scontata una dicotomia netta fra il “credere” ed il “non credere“. Siamo tanti, tutti diversi, ed in più la nostra “fede” in generale non è una cosa statica ed invariabile. Ci sono infiniti livelli di “credenza”: credere o no non è condizione sufficiente a dirimere la questione.

2): Si assume che il credente (per il solo fatto di esserlo) non debba bestemmiare a prescindere e che allo stesso modo il non credente (per il solo fatto di esserlo) nel bestemmiare compia un’ azione illogica, prendendosela con un qualcosa di cui non contempla l’esistenza. E’ evidente che non è così, le cose sono scollegate. Conosco uomini e donne molto credenti che (pur non a livelli allarmanti) talvolta si fanno scappare una bestemmia esplicita (“porco due” e “mannaggialamadosca” non contano), probabilmente perchè la situazione lo richiede. Il punto è che è la loro stessa fede in un certo modo a prevederlo: si tratta di un “peccato” e lo commettono, come ne commettono molti altri. Seguono pentimento e perdono, poichè siamo umani, non divini, e la vera bestemmia semmai sarebbe pretendere di essere impermeabili al peccato, accostandoci così abusivamente e in blasfemia (stavolta davvero) alla divinità. Personalmente credo che il prototipo della bestemmia sia stato pronunciato proprio da Gesù (Elì, Elì, lemà sabactàni ?) che in quanto uomo – e non dio – cadde nell’ umano errore di dubitare dei disegni del Padre.

Per chi crede, dunque, la bestemmia è (quando c’è) nient’ altro che un mezzo per ribadire la sua fede, un promemoria della sua incapacità di essere “divino”, un grido disperato di aiuto rivolto all’ autorità più alta possibile. Arriva in genere dove non può arrivare nemmeno la preghiera. Potrebbe essere visto come la presa di coscienza più estrema della propria natura umana.

Per chi non crede, d’altra parte (e sono davvero pochi i veri “non credenti” usi alla bestemmia), non è altro che un tentativo di collegamento con “gli altri”: un modo di attirare l’attenzione in maniera anche brutale utilizzando un argomento di sicuro richiamo, non già sottintendendo l’ esistenza di un’ entità altrimenti negata, bensì utilizzando la forza residente nell’ intimo dell’ interlocutore. In breve, due veri “agnostici” non bestemmieranno durante i loro discorsi, poichè inutile, mentre un “agnostico” che voglia ottenere l’ attenzione di un credente facilmente userà lo strumento in questione a tal fine.

Tralasciando quelle fasce di popolazione (toscani in genere, veneti e pochi altri) per le quali la bestemmia si riduce ad un semplice ed accettato intercalare a prescindere dal livello di fede, credo sia a questo punto chiaro come in linea generale si possa uscire dall’ ambito del “tabù” ( o “taboo” che dir si voglia) con una spiegazione logica e razionale del fenomeno ad ogni livello.

Per quanto mi riguarda, il percorso è stato lungo: non posso dirmi “credente”, certo sono stato a suo tempo battezzato e all’ occorrenza posso tranquillamente professarmi cristiano cattolico (soprattutto se dovesse scoppiare una guerra di religione, è chiaro da che parte mi schiererei), ma da tempo ho smesso di credere in tante cose, fra cui questa (se mai ci ho davvero creduto). Oggi come oggi, la bestemmia per me ha un uso prettamente provocatorio, e rivendico con forza il mio diritto ad usarla. Tanti, troppi “buoni cristiani” calpestano i miei diritti ed i miei sentimenti senza porsi troppe questioni: io faccio semplicemente lo stesso. Le mie bestemmie – per quanto grevi – non potranno mai nuocere a chi è degno della fede che professa. Ma romperanno il cazzo a chi invece è in malafede. Ed è esattamente quello che voglio.

6 pensieri riguardo “LA BESTEMMIA – UN’ APOLOGIA”

  1. fufù
    … ” 1974, frequentatore di un asilo (di suore) in quel di Trieste.” Azz !!
    Io l asilo l’ho frequentato a Torino nel 59; nel 74 ero in “missione” in Colombia
    Buffa la vita, he ?? 😛

  2. …dimenticavo
    se consideriamo il numero di religioni esistenti sul globo, ( e non sono poche) ci si ritrova di fronte ad altrettanti Dii da bestemmiare, ed ognuno in lingua diversa. 🙄 Madicheccazzostiamo parlando !!
    Bel post, e viva la sincerità, Albè 😉

  3. …plastificato e con fettuccia adesiva magnetica è perfetto sul frigo, verdad ??
    prova personale faccine :
    😎 +o( :-* 😛 o :p

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...